I figli di nessuno

Amedeo Nazzari è proprietario di una cava, Yvonne Sanson una dipendente. L’amore è ostacolato dalle differenze di classe e quando lei partorisce un figlio interviene la madre di lui a sottrarglielo. Alla povera Sanson non rimane allora che chiudersi in convento. Partito con
Catene
da posizioni apparentemente neorealistiche (ma in verità da romanzo popolare ottocentesco), Matarazzo tocca qui accensioni schiettamente fantastiche. Le giravolte della trama, le ellissi alla Douglas Sirk, i trasparenti e l’esasperazione delle passioni fanno di questo film uno dei massimi deliri del melò italiano (e del resto, Matarazzo è l’autore del fiammeggiante e ormai invisibile Ferraniacolor di
La nave delle donne maledette
). Certo, il motore dell’azione sono equivoci e corna, ma sotto ci sono gli impulsi autodistruttivi dei personaggi e le figure femminili sono martoriate fino all’inverosimile. Autore, checché se ne dica, arcaico e maschilista (si confronti Yvonne Sanson con Jane Wyman!), Matarazzo è di assoluta coerenza nella messinscena, con una tetragona idea del cinema e delle passioni umane.
(emiliano morreale)

Frenesia dell’estate

Per ingelosire la sua amante, titolare della casa di moda per cui lavora, Marcello (Amedeo Nazzari), indossatore di professione e sedicente aristocratico, si fa vedere in compagnia della più giovane Foschina. Attorno a Marcello, sullo sfondo delle assolate spiagge della Versilia, ruota un’innumerevole serie di personaggi. Una commedia all’italiana senza infamia e senza lode, diretta con grande mestiere da Luigi Zampa.
(andrea tagliacozzo)

La figlia del capitano

Dall’omonimo romanzo di Aleksandr Puskin. Mentre si dirige a uno sperduto fortino della Siberia dove è stato assegnato, un giovane soldato soccorre un uomo assiderato, ignorando che si tratta di un ribelle ostile alle truppe dello zar. Un prodotto discretamente spettacolare, sceneggiato dallo stesso regista in collaborazione con Steno, Mario Monicelli, Carlo Musso e Ivo Perilli. Camerini tornerà a dirigere Amedeo Nazzari ne Il brigante Musolino del 1950. (andrea tagliacozzo)

Chi è senza peccato

Un bandito, salvato da Maria, una ragazza di paese, decide di cambiare vita. Emigra in Canada e, trovato un lavoro, sposa la giovane per procura. La sorella della ragazza, sedotta da un poco di buono, dà alla luce un figlio e poi muore. Maria si prende cura del bambino che il marito, tornato dal Canada, crede sia il frutto di un tradimento. Ennesimo melodramma (il quarto) confezionato dal regista Raffaello Matarazzo su misura per la coppia Nazzari-Sanson. Meno riuscito dei precedenti, ma non privo di momenti interessanti.
(andrea tagliacozzo)

Il brigante di tacca del lupo

All’indomani dell’unità dell’Italia, una compagnia di bersaglieri riceve l’incarico di liberare la Lucania da una banda di briganti capeggiata dal bandito Raffa Raffa, partigiano dei Borboni. Scovare il brigante non è semplice, ma il comandante dei bersaglieri è intenzionato a usare ogni mezzo, anche il più energico. Pellicola asciutta e rigorosa, in gran parte ispirata all’atmosfera di certi western americani.
(andrea tagliacozzo)

Tormento

Per sottrarsi ai maltrattamenti della matrigna, una ragazza decide di seguire il fidanzato a Milano. Ma il giovane, ingiustamente accusato di omicidio, finisce in carcere. Ma lei è in attesa di un figlio. Quando il padre scopre le faccenda muore di creapacuore. La ragazza viene separata dalla bambina. Ma alla fine lui dimostra la sua innocenza e la famigliola si riunisce. Un melodramma di grande successo, diventato ormai un classico nel suo genere grazie all’abilità del regista Matarazzo nel gestire un materiale che in altre mani avrebbe rischiato di scivolare nel ridicolo. Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, già all’opera con Matarazzo nel fortunato
Catene
, torneranno agli ordini del regista l’anno seguente ne
I figli di nessuno
.
(andrea tagliacozzo)

Bengasi

Ambientate nelle colonie africane, le vicende di quattro italiani durante il lungo assedio inglese alla città libica di Bengasi. Tinte forti: famiglie e degni professionisti italiani vs. biechi, crudeli e stolidi figli d’Albione… Ultima pala di un trittico fascista composto anche da
Squadrone bianco
(1936) e
L’assedio dell’Alcazar
(1940),
Bengasi
è opera scopertamente di propaganda. Non a caso, uno dei perni drammatici del racconto è l’ennesimo eroe virile delle narrazioni fasciste, Fosco Giachetti, maschio guerriero come già nei due film precedenti. Eppure
Bengasi
testimonia dei molteplici interessi e della duttilità di Augusto Genina: grandissima l’attenzione a un sonoro scorporato e radiofonico, sul quale il regista romano lavora dall’inizio degli anni Trenta (cioè dallo straordinario
Prix de beauté
, 1930); raffinata la narrazione, che si snoda in un racconto corale e collettivo in barba alla monotonia eroica della propaganda; esperta la conduzione del set, gestita dalla mano autorevole di un cineasta che aveva girato in tutt’Italia e in mezza Europa. Genina si compromise con questo trittico.
Bengasi
, visto con il senno di poi, ne appare l’episodio più asfittico, ma rivela anche la vocazione europea e poco provinciale di un professionista che con i suoi film ha segnato più di quarant’anni del cinema italiano, tedesco e francese. E non è casuale che nel dopoguerra Genina tenti di girare un San Francesco in combutta con Alberto Savinio, lo scrittore più insofferente delle ristrettezze italiche.
(francesco pitassio)