American Beauty

Cronaca della crisi di mezza età di Lester Burnham e della sua famiglia. Lui si innamora della compagna di liceo di sua figlia, abbandona il posto di lavoro, si mette a fare pesi e si dà agli spinelli. Intanto sua moglie incontra un altro…
American Beauty
non tollera mezze misure: o lo si ama alla follia o lo si detesta con tutto il cuore. Anche lo spettatore «critico» è stato altrettanto diviso: ora salutandolo come una piccola rivoluzione nella Hollywood del 2000, ora considerandolo un’ipocrita rimasticatura di altri film ben più irriconciliati. Che la si veda in un modo o nell’altro, l’opera prima di Sam Mendes presenta più di un motivo di interesse (almeno per una visione): la si può leggere come un’ulteriore prova della capacità fagocitante di Hollywood, oppure ci si può lasciar cullare dalla sua ironia (almeno nella prima parte). A chi scrive, però, più che il fondo politico dell’opera ha colpito la sua struttura narrativa, capace di coniugare stimoli diametralmente opposti (dal glamour stile «Lolita» alla videopoesia del cinema indipendente, dall’aggiornamento di un immaginario erotico vecchio di trent’anni ai dialoghi ricchi di una verve tipica di questo decennio).

Certamente
American Beauty
è un film molto più scritto e pensato di quanto non possa apparire. L’immagine è sempre il risultato di un’alchimia costruita guardando più al botteghino che all’espressione di un contenuto coerente e innovativo; tuttavia, nel panorama amorfo del cinema mainstream contemporaneo, rimane un interessante esperimento.
(carlo chatrian)