Pulp Fiction

Pulp Fiction

mame cinema PULP FICTION - STASERA IN TV IL CULT DI TARANTINO scena
Una scena del film

Terzo e ultimo capitolo della trilogia pulp di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994) consiste in un intreccio di storie collegate tra loro, ma presentate non in ordine cronologico. I protagonisti sono Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), Mia Wallace (Uma Thurman),  Winston Wolf (Harvey Keitel), Butch Coolidge (Bruce Willis) e Marsellus Wallace (Ving Rhames). Lo stesso Tarantino appare nel film nel ruolo di Jimmie Dimmick.

Tra malavita e situazioni assurde, il film presenta un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Non ci sono innovazioni narrative, eppure la pellicola è ormai un cult della storia del cinema. Le inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Curiosità

  • Scritto da Tarantino e Roger Avary, il film è stato diretto solo dal primo: Avary si stava dedicando in quel periodo alla sceneggiatura e alla regia di Killing Zoe, il suo esordio alla regia.
  •  Samuel L. Jackson ha definito il lavoro con Quentin Tarantino come «qualcosa di assolutamente straordinario», considerando il regista come «un’enciclopedia del cinema vivente».
  • Per quel che riguarda lo stile, Tarantino ha ammesso di essersi ispirato a grandi personaggi come Alfred Hitchcockma anche a registi di spicco del cinema noir come Don Siegel o Jean-Luc Godard.
  • In un’intervista, Tarantino ha dichiarato che secondo lui il motivo del successo di Pulp Fiction è rappresentato dalla scoperta che coglie di sorpresa lo spettatore. Più tardi dirà infatti che: «Una delle cose che preferisco nel raccontare storie come faccio io, è dare forti emozioni: lasciare che il pubblico si rilassi, si diverta e poi all’improvviso… boom!, voglio trasportarli improvvisamente in un altro film.»
  • La pellicola si è aggiudicata il premio Oscar e il Golden Globe per la Migliore sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary.

Ken Park

Ken Park è un adolescente di Visalia, cittadina di provincia della California. Un giorno si riprende con la telecamera mentre si spara un colpo di pistola alla testa. È l’inizio shock del film. Da qui quattro ritratti di adolescenti amanti del punk e dello skate. Quattro amici di Ken Park. Shawn, un ragazzo che va a letto con la madre della sua fidanzata, una bionda californiana che sembra uscita da Playboy. Tate che vive con i nonni e si masturba ascoltando gli spasmi delle giocatrici di tennis. Claude che deve combattere contro le prepotenze del padre che lo accusa di essere un fallito e un effeminato. E infine la bella Peaches, una ragazza disinibita che vive con il padre, mormone e schiavo del ricordo della moglie morta. Quattro casi al limite che si sviluppano e si intrecciano fino alla fine. Fino a quando si scoprirà perché un ragazzo come Ken Park si è suicidato.
L’ex fotografo erotico Larry Clark è giunto al suo quarto film. Il regista del chiacchieratissimo Kids (1995) prova a far discutere ancora. Pornografia: la telecamera va dappertutto, non ci sono tagli. Spinge sull’acceleratore per cercare di essere «controcorrente» (sezione nella quale il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia) ma finisce per risultare estetizzante. Non a caso la regia è firmata anche da un altro ex fotografo, Ed Lachman, che nel 2000 ricevette la nomination all’Oscar per Erin Brockovich di Steven Soderberg. Buona tecnica ma la macchina da presa di Clark non regala il minimo spazio all’immaginazione dello spettatore. Società: qui rispetto a Kids la telecamera allarga il suo obiettivo e include anche gli adulti. La morbosità dei genitori, nella provincia americana di oggi (American Beauty ha fatto scuola), finisce quasi per candeggiare i vizi dei figli. Ma forse, non li salva. Ci si chiede se sia veramente questa la società di oggi, o se il cineasta proietti le sue fantasie morbose sullo schermo. Davanti al quale, a volte, ci si sente di troppo. Un unico momento di poesia si stacca dallo sgorgo di immagini crude che riempie il film: nella scena finale dell’orgia a tre, Shawn, Claude e Tate sognano un’isola del paradiso dove il sesso li liberi dal peccato. Il film viene distribuito nelle sale italiane con il divieto ai minori di 18 anni. (francesco marchetti)

The Million Dollar Hotel

Storia eccentrica alla Davis e Lisa di due giovani amanti mentalmente instabili, ambientata in un piccolo albergo della previdenza sociale di Los Angeles. Bono (degli U2) ha collaborato alla stesura di una sceneggiatura confusa e tortuosa che mette a dura prova la pazienza degli spettatori. Per fortuna l’acume di Wenders si riflette nella poesia figurativa, mentre Davies e la Jovovich svolgono al meglio la loro parte di protagonisti. Un aiuto alla riuscita del film viene da un colorito cast di supporto, anche se Gibson nella parte di un agente dell’FBI con il busto per la schiena sembra appartenere a tutt’altro film. Panavision.

Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni

Il 20 marzo 1994 la giornalista di RaiTre Ilaria Alpi e il cameraman triestino Miran Hrovatin vengono uccisi tra le vie di Mogadiscio. Il film di Ferdinando Vicentini Orgnani ricostruisce le ultime settimane delle due vittime, sulle tracce di un traffico di armi e rifiuti tossici che li porta dalla Jugoslavia alla Somalia. La Alpi aveva scoperto qualcosa di davvero grosso, uno scoop da fare tremare molta gente, molti delinquenti e molti potenti invischiati in affari loschi. Per questo i due giornalisti sono morti, per tappargli la bocca. Questo ci racconta il film Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni, interpretato alla grande da Giovanna Mezzogiorno e Rade Sherbedgia, nei ruoli delle vittime. Una ricostruzione fedele agli atti, alle testimonianze e ai racconti delle persone vicine a Ilaria Alpi. Il film, oltre alla sceneggiatura puntigliosa e ben scritta, è realizzato e confezionato molto bene. Splendide le musiche di Fresu e pulito e lineare il montaggio, nonostante i molti flashback che avrebbero potuto creare confusione. Un ritorno al cinema italiano d’autore e impegnato, non a caso il regista Vicentini Orgnani cita Francesco Rosi come punto di riferimento. Una pellicola da non perdere, per non dimenticare e per continuare a parlare di due vittime che volevano solo fare il loro lavoro e raccontare la verità. A qualcuno, però, questo dava fastidio. (andrea amato)