Eragon

L’Impero di Alagaesia vive tempi difficili. In seguito alla guerra tra i Cavalieri dei draghi, al potere è salito il perfido Galbatorix. Una donna a cavallo fugge da un orribile spettro per proteggere una misteriosa pietra blu e, catturata, riesce ugualmente a trasportare la pietra in una radura: qui viene rinvenuta da un giovane di nome Eragon, il quale spera di trarne un buon guadagno rivendendola. La pietra, tuttavia, si rivela un uovo di drago da cui dopo poco nasce un cucciolo, qualcosa di molto raro e appetibile in un paese dominato dal male, tanto importante da indurre l’Imperatore a volersene impossessare a ogni costo. Eragon, guidato dal cantastorie Brom, dovrà lasciare Carvahall, il villaggio in cui è cresciuto, per mettersi sulle tracce dei mostruosi soldati responsabili dell’uccisione dello zio. Durante il viaggio, da umile cacciatore diverrà un Cavaliere dei draghi e si troverà a dover affrontare terribili prove.

Le forze del destino

New York, 2021: John (Joaquin Phoenix) giovane professore universitario diretto in Canada, raggiunge la moglie Elena (Claire Danes) per farle firmare le carte del divorzio. Lei è campionessa mondiale di pattinaggio artistico, ed è il perno del business miliardario della sua famiglia. Presto l’idillio col parentado viene spezzato da oscure minacce: Elena confida al marito il timore di complotti a suo danno, lui vuole vederci chiaro e rinuncia a partire. Scappano, capiscono di amarsi ancora e di non poter vivere senza l’altro, vengono ripresi. «Vi voglio bene», dice il capofamiglia, ma intanto assolda un killer per ucciderli. Con l’aiuto del fratello di lei tentano di raggiungere la natia Polonia, ma moriranno assiderati in una landa innevata…
Non è ben chiaro se Thomas Vinterberg (lo stesso di “Festen,” coautore con Lars von Trier del Dogma di cui qui ribalta i principi) abbia voluto realizzare un thriller romantico con nuance futuristiche, o un dramma sentimentale in una cornice apocalittico-fiabesca. Di certo, gli elementi surreali e simbolici sono la parte migliore del film. Il mondo in cui John ed Elena riscoprono di amarsi ricordando il loro incontro nell’infanzia (allusione a un ritorno alle origini?) è un mondo dal clima schizofrenico (la neve a luglio a New York, africani morti congelati, escursioni termiche di venti gradi in una notte sola) che si avvia verso la glaciazione; un mondo il cui il «disordine» si ripercuote sulle comuni leggi umane sovvertendole (i poveri ugandesi volano come angeli e i ricchi americani muoiono a centinaia ogni giorno per misteriosi «infarti di solitudine»); un mondo in cui contro la disgregazione di ogni ordine e senso ci si può appellare solo all’amore e alle forze del destino (cantati «dal cielo» come fa Sean Penn, il fratello di John, che in seguito a una cura sbagliata contro la paura di volare non può più fare a meno dell’aereo e passa la sua vita in volo sciorinando irritanti sproloqui sui legami fra l’uomo e il mondo).
Un film allegorico più che di trama, dunque? È lo stesso regista che risponde: «Ovviamente esiste una storia, una trama, una drammatica catena di eventi. Ma in un certo senso questo è meno importante. Mi immagino che la trama sia lì per trasmettere i nostri pensieri… Penso che “Le forze del destino” sia una fiaba, una fiaba sulla vita…». In verità, spandendo simboli a manciate si rischia di disperderli in rivoli isolati che non seguono una corrente principale. Il risultato è un’aura di millenarismo dislessico che finisce in tragedia mentre dovrebbe dare speranza e confonde solo le idee. A poco valgono le belle ricostruzioni di New York negli studios di Trollhättan, in Svezia, e le musiche di Zbigniev Preisner (prediletto di Kieslowski). (salvatore vitellino)

Detective Stone

Nella Londra del 2008, uno psicopatico commette una numerosa serie di agghiaccianti delitti. Il detective Stone, tornato in servizio attivo dopo una lunga sospensione, intuisce che gli omicidi sono ricollegabili ad alcune teorie astrologiche e che l’autore degli stessi è con ogni probabilità un essere sovrumano. Rutger Hauer è completamente sprecato in questo filmetto che scopiazza qua e là da altre pellicole più celebri e fortunate.
(andrea tagliacozzo)

Krull

Nel pianeta Krull, la principessa Lyssa, figlia del re e fresca sposa del primogenito di un altro sovrano, viene rapita dai feroci e sanguinari accoliti di una orrenda creatura. Per ritrovarla, il principe Colwyn, marito della giovane, si fa aiutare da un vecchio mago e da un piccolo esercito formato da nove spostati. Buoni gli effetti speciali, ma la storia è fiacca e il film, fin troppo prolisso, alla lunga finisce per stancare. (andrea tagliacozzo)

Rapimento e riscatto

Peter Bowman è un ingegnere americano che lavora per una potente compagnia petrolifera sull’orlo del baratro a Tecala, un piccolo Paese del Sudamerica sconvolto dalla guerriglia. Incaricato di costruire una diga che in realtà serve da apripista per i progetti della compagnia, non si rende conto di essere una pedina nelle mani dei suoi padroni. Quando Bowman scopre la verità tenta in tutti i modi di far cambiare idea ai suoi superiori, ma viene sequestrato dagli uomini dell’E.L.T. Per liberarlo viene ingaggiato Terry Thorne, negoziatore specializzato in rapimenti e riscatti… Non si può certo affermare che Taylor Hackford sia un’aquila. Ha sì qualche buon film al suo attivo (
Ufficiale e gentiluomo, L’avvocato del diavolo
), ma non ha mai suscitato soverchi entusiasmi e lo si può considerare senz’altro più interessante come produttore che come regista (basti pensare a
La bamba
e
When We Were Kings
). Funestato dai pettegolezzi riguardanti la love story tra Russell Crowe e Meg Ryan, era lecito non attendersi nulla da
Rapimento e riscatto
. E invece il film si rivela come il lavoro più interessante che Hackford abbia mai realizzato: calato con grande attenzione in una realtà drammatica e violenta, riesce a mettere in scena con notevole acume un dramma della mancanza e dell’assenza. Per certi versi,
Rapimento e riscatto
affronta con minor ambizione ma maggior concretezza i medesimi temi del sofferto
Cast Away
: un uomo viene sottratto alla sua vita e costretto a scoprire un altro mondo. L’assenza della donna amata diventa l’unico alimento vitale e immaginario, mentre dall’altro lato dello specchio (ossia al di là della perdita, della mancanza) altre persone tentano di convivere con il vuoto. Dietro la sua apparenza di thriller,
Rapimento e riscatto
– proprio come
Le verità nascoste
e
Cast Away
– è un oscuro mélo coniugale. Bowman, convinto di aver scelto il compromesso giusto (lavorare per una multinazionale pur di avere la sua diga), scopre la realtà di un Paese che presuntuosamente pensava di conoscere senza doverlo vivere e, parallelamente, riscopre anche sua moglie (ossia apre gli occhi, inizia a vedere). Perdere se stessi come unica condizione per conoscere l’altro. Come in
Cast Away
, un uomo viene sottratto al suo tempo e costretto a fermarsi (situazione speculare a quella di Thorne, il cui compito consiste essenzialmente nel prolungare, dilatare il tempo dei sequestratori). Ed è inquietante osservare come sia Zemeckis che Hackford mettano in scena lo spettro della fine del consumo (con tanto di executive petroliferi licenziati). In tutto ciò si profila l’attrazione tra Thorne e Alice, che – alla stregua dell’esempio dei classici – resta quasi sempre non detta (tranne che in un’unica occasione, quando un bacio disperato e pudico lacera i silenzi dei protagonisti). Come un eroe hawksiano, Thorne, in nome dell’etica imposta dalla sua professione, recupera Bowman nella giungla, allontanando per sempre la possibilità di avere Alice. E il confronto tra i due nel finale, risolto con una serie di piani puliti, non invasivi, sembra rievocare persino (ribaltandone la premessa iniziale)
Comanche Station
di Budd Boetticher. Straordinaria infine la scelta dell’operatore Slawomir Idziak, noto per aver lavorato con Kieslowski, che dinamizza il quadro con accurati movimenti di macchina e manipola con attenzione i cromatismi che scandiscono le diverse fasi della vicenda. E poi si rivede l’immenso David Caruso.
(giona a. nazzaro)

Cacciatore bianco, cuore nero

Adatamento maturo e intelligente (anche se qualcosa si nota) del racconto di Peter Viertel del 1953, basato sulla sua esperienza durante le riprese della Regina d’Africa e sulle sue osservazioni di prima mano sul regista “macho” John Huston. Eastwood dà il meglio di sé interpretando un regista avverso e autodistruttivo (e anche molto romanzato), che sviluppa l’ossessione di uccidere un elefante mentre sta eseguendo le riprese in Africa. Potrebbe non essere avvincente se non siete interessati all’argomento, ma il tempo e il luogo sono ricreati in maniera convincente. Sceneggiatura di Peter Viertel, James Bridge e Burt Kennedy.