Giovane e innocente

Uno degli ultimi film girati in Inghilterra da Alfred Hitchcock. Un giovane pittore (Derrick De Marney), ingiustamente accusato d’omicidio, trova un insperato aiuto nella figlia (Nova Pilbeam) del poliziotto incaricato delle indagini. A dispetto del budget limitato – arduo non notare che la stazione ferroviaria è in realtà un modellino – lo stile del maestro del brivido è già maturo. Come in molte altre sue opere, la trama gialla si fonde alla perfezione con la commedia. Memorabile una delle sequenze finali: la macchina da presa attraversa interamente una sala da ballo fino a inquadrare in dettaglio gli occhi dell’assassino.
(andrea tagliacozzo)

Notorious

Negli Stati Uniti, un tedesco, sposato a un’americana, viene arrestato per spionaggio a favore dei nazisti e muore suicida in carcere. La figlia accetta di entrare nel controspionaggio americano per introdursi, a Rio De Janeiro, negli ambienti nazisti. Scritto da Ben Hecht, uno dei film più noti del grande Hitchcock, perfettamente in bilico tra suspense e pulsioni mélo. Celebre soprattutto la scena del lunghissimo bacio tra Cary Grant e Ingrid Bergman. Numerose, oltre a questa, le sequenze da antologia, come la memorabile carrellata volante che parte dall’alto, attraversa un salone e va ad inquadrare in primo piano uno dei protagonisti.
(andrea tagliacozzo)

Topaz

Dopo aver portato a termine una delicata missione a Cuba, un agente francese della CIA apprende da un collega americano che nella sede di Parigi agisce un gruppo di traditori denominato Topaz. Dall’omonimo romanzo di Leon Uris, un film minore di Alfred Hitchcock, appesantito dall’ingarbugliata sceneggiatura di Samuel Taylor. Il regista girò altri due finali alternativi che poi decise di scartare (le scene in questione si possono trovare nella versione su laser disc distribuita negli Stati Uniti).
(andrea tagliacozzo)

Io ti salverò

Una giovane psicologa sospetta che il Dr. Edward, nuovo direttore della clinica dove la donna da tempo lavora, in realtà non sia la persona che sostiene di essere. Qualche tempo dopo, il direttore non solo confessa di non essere il vero Edward, ma si dice convinto di esserne l’assassino. Alfred Hitchcock affronta con innegabile maestria l’universo della psicanalisi, senza comunque raggiungere le vette dei suoi capolavori precedenti. Tornerà sull’argomento diverse volte (con risultati sempre eccellenti) in classici come
La donna che visse due volte, Psyco
e
Marnie
. Le scene dei sogni (le migliori del film e, giustamente, le più note) sono state curate da Salvator Dalì. Hitchcock compare in un cameo come un uomo che porta un violino uscendo da un ascensore. Sei nomination all’Oscar, ma statuetta solo per la colonna sonora.
(andrea tagliacozzo)

Nodo alla gola

Nel corso di una lite, due giovani uccidono involontariamente un loro amico. Nascosto il cadavere nella cassapanca del salotto, i due ricevono alcuni ospiti per un party programmato in precedenza. Un Hitchcock minore ma estremamente godibile, anche se il film costituisce soprattutto un ardito esperimento tecnico: è stato girato in otto riprese da dieci minuti (la durata di un rullo) come un’unica, lunghissima sequenza. Da un lavoro teatrale di Patrick Hamilton, adattato per il grande schermo da Arthur Laurents.
(andrea tagliacozzo)

Psycho

Una donna, Marion, dopo aver incontrato l’amante, torna in ufficio dove le affidano 40 mila dollari da versare in banca. Decide di scappare in auto con i soldi e si ferma in un motel, il «Bates Motel». Mentre fa la doccia decide di restituire i soldi al capufficio, ma viene accoltellata dalla titolare del motel. Il figlio Norman non può che pulire il sangue. Indagano la sorella e l’amante di Marion che poi si affodano a un investigatore, che sarà ucciso: Il comportamento di Norman è stravagante. Si scoprirà che è lui l’assassino: aveva assunto la personalità della madre, che aveva ucciso anni prima…
Uno dei capolavori di Hitchcock. Non un giallo, non un thriller inteso nel modo più convenzionale (non ci sono i buoni e i cattivi, manca l’eroe), ma un ritratto della follia e del male. Oltre che un raccapricciante (per allora) quadretto della famiglia tipo (tutti i protagonisti hanno dissapori e problemi con i parenti). Per la prima volta Hitch parla esplicitamente di sesso al di fuori del matrimonio (l’amante non lascia la moglie per non pagare gli alimenti a Marion), un figlio (voyeur e imbalsamatore) che ha ucciso madre e patrigno, un nudo e tanta violenza che attanagliano e disorientano lo spettatore. Hitchcock è riuscito a farsi beffe della famiglia, del sesso e del mito dei soldi in una volta sola. E sconvolse anche le regole del cinema facendo morire la protagonista prima della metà del film. Fu tanto forte il messaggio del film che, all’uscita, ebbe solo pessime recensioni e uno scarsissimo successo di pubblico. Un successo che arrivò insperato con gli anni, quando la gente ha continuato ad acquistare o noleggiare la pellicola. Poi è diventato un cult. Quasi due ore di film che, ancora oggi, si rivedono con piacere e immutata ansia. Anzi, a una visione successiva, emergono particolari e frasi che fanno apprezzare ancora di più la fattura di Psyco . La scena della doccia che è entrata nella storia del cinema. Grande anche l’interpretazione di Anthony Perkins, il pazzo cinematografico per eccellenza. Ottima la colonna sonora di Bernard Hermann. Primo sequel, Psycho II del 1983 per la regia di Richard Franklin con Anthony Perkins che ha interpretato anche i numeri III e IV della serie, e un controverso remake nel 1998 di Gus Van Sant con Vince Vaughn e Anne Heche che non ha avuto grande successo. Cameo di Hitchcock nella parte di un uomo con un cappello da cow-boy per strada.

La donna che visse due volte

Il poliziotto Johnny Ferguson si dimette dopo aver involontariamente provocato la morte di un collega. Un amico lo incarica di pedinare la propria moglie, che da tempo si comporta in modo strano. Dopo averle salvato la vita già una volta, l’uomo assiste impotente al suicidio della donna. Dal romanzo di Pierre Boileau e Thomas Narcejac, il capolavoro di Alfred Hitchcock, struggente e spietato nel descrivere l’ossessione che divora lentamente il protagonista. Ma il film è anche una straordinaria lezione di regia: gran parte del racconto è infatti portato avanti grazie (e quasi esclusivamente) all’ausilio delle immagini, sapientemente montate e organizzate dal grande cineasta inglese. Splendida la colonna sonora di Bernard Hermann.
(andrea tagliacozzo)

Frenzy

Richard Barney viene scambiato per un maniaco omicida, Bob Rusk, che ha ucciso diverse donne, tra le quali l’ex moglie del sospettato. Riuscito a fuggire di prigione, l’uomo si mette sulle tracce del vero assassino. Tornato in Inghilterra (a più di vent’anni da
Sotto il capricorno
), Hitchcock realizza un thriller alla sua maniera, sebbene più esplicito e violento dei suoi precedenti. Il divertito compiacimento nel mostrare i delitti rendono infatti il film leggermente ambiguo moralmente, ma anche decisamente memorabile. Ineccepibile (e cinica) l’idea del regista di usare donne poco attraenti nei ruoli delle vittime: secondo Hitchcock in questo modo il pubblico non si sarebbe dispiaciuto troppo per la loro morte.
(andrea tagliacozzo)

Marnie

Marnie è una cleptomane, segnata da un trauma infantile che la riduce a creatura algida, terrorizzata dal colore rosso e dai temporali, ma con una passione per i cavalli. Il ricco uomo d’affari Mark, uno dei datori di lavoro truffati dalla donna, la ricatta e ottiene il matrimonio. Mark aiuterà Marnie a scoprire le ragioni delle proprie fobie, sepolte nel suo passato di bambina e in quello di sua madre.
Gli ultimi film della carriera di Hitchcock sono caratterizzati dalla perversione dei rapporti coniugali: necrofilia in
Vertigo
, schizofrenia in
Il ladro
, complesso di Edipo in
Intrigo internazionale
,
Psycho
e
Gli uccelli
… Ma poche pellicole sono risultate così appesantite dal gravame dei rapporti sul set e dalla smania libidinosa del grande regista quanto
Marnie
.
Hitchcock, vistosamente attratto da Tippi Hedren, si era creato un alter ego virile e violento come Sean Connery. Lei però, a due terzi delle riprese e dopo essere stata simbolicamente perseguitata dagli uccelli nell’opera precedente, decise di mandare il «Ciccione» a quel paese. Ne uscì un film malato e perturbante: la Hedren non fece più nulla di significativo, e forse neppure Hitchcock. Diversamente andò al protagonista maschile: ma, appunto, d’altro si tratta.
(francesco pitassio)

Io confesso

Un sacrestano, entrato nell’abitazione di un avvocato per compiere un furto, uccide il padrone di casa. L’uomo confessa il proprio delitto a un giovane prete, Padre Michael che, successivamente, viene accusato dell’omicidio. Il sacerdote potrebbe scagionarsi facilmente, ma avendo saputo l’identità del vero assassino nel segreto del confessionale, si rifiuta di rivelarne il nome alla polizia. Una delle prove più opache di Hitchcock, alle prese con un soggetto interessante ma privo della suspense tipica del regista. Buona, comunque, la prova di Clift.
(andrea tagliacozzo)

Il sospetto

Una ragazza sposa, contro il volere dei genitori, un affascinante giovanotto e va a vivere con lui in una lussuosa villa. Ben presto però l’uomo si rivela uno spiantato bugiardo che vive di espedienti. Dal romanzo «Before the Fact » di A.B. Cox, un thriller psicologico abilmente costruito che, nonostante i compromessi con la produzione (che praticamente impose un lieto fine, anche se ambiguo), contiene numerosi momenti d’antologia. Tra tutti, la famosa sequenza del bicchiere di latte che si presume avvelenato, reso luminoso da una lampadina posta all’interno. La bravissima Joan Fontaine – più giovane di un anno della già famosa sorella Olivia de Havilland – vinse meritatamente l’Oscar 1941.
(andrea tagliacozzo)

Gli uccelli

La ricca e capricciosa Melanie giunge nella cittadina di Bodega Bay dalla vicina San Francisco. Segnali inquietanti si susseguono, finché sulla città si scatena un’invasione di uccelli. Gli abitanti si barricano in casa, ma gli attacchi si fanno sempre più frequenti e pericolosi. Forse il capolavoro di Hitchcock, sicuramente uno dei suoi più rigorosi e conseguenti (e uno dei più «insostenibili»). Una pellicola di cattolico pessimismo, di totale misantropia. Lo sguardo degli uccelli – vera piaga biblica – non differisce poi molto da quello dello struzzo nel finale de Il fantasma della libertà di Buñuel, ma l’ironia di Hitchcock è tutta dentro il mondo che mostra e condanna. La costruzione della vicenda è impressionante: dura due ore, e per più di metà del tempo non accade nulla. Dialoghi minimali, ma con un montaggio da sincope (alla fine le inquadrature saranno oltre tremila!) e, al termine di ogni scena, la sinistra inquadratura di un volatile. Un film perfetto sulla fine del mondo, su un’umanità che muore non per eccesso di orrore ma di banalità, per non aver più nulla da dire. E allora, forza pennuti!
(emiliano morreale)

Intrigo internazionale

In seguito a un equivoco, un agente pubblicitario viene coinvolto in un complicato intrigo di spionaggio internazionale. Ricercato dalla polizia per un omicidio che non ha commesso, l’uomo viene aiutato da una bella sconosciuta. Ma poi scopre che anche questa è una spia. Summa del cinema di Hitchcock, con la sua perfetta fusione tra thriller e commedia nel più puro stile del maestro del brivido. Trama arzigogolata (perfino lo stesso Cary Grant durante le riprese non riusciva a capire cosa stesse succedendo) funzionale all’atmosfera di completa perdita dell’orientamento che voleva creare il regista. Non poche le sequenze da antologia del cinema: una su tutte (se non la migliore, sicuramente la più famosa) quella in cui Cary Grant viene inseguito da un aeroplano in mezzo a una landa desolata.
(andrea tagliacozzo)

Il ladro

Uno dei rari flop (in termini commerciali) del maestro del brivido. A causa di una incredibile somiglianza, un mite e onesto orchestrale viene ingiustamente accusato di aver compiuto una rapina. Arrestato e riconosciuto da più di un testimone, il musicista fatica a dimostrare la propria innocenza, mentre le persone che potrebbero aiutarlo sembrano diventate introvabili. Da un articolo apparso sulla rivista Life, uno dei film più disperati e angoscianti del regista, che si serve dei suoi marchi di fabbrica (come la soggettiva) per far calare lo spettatore nei panni del protagonista (esemplare, in questo senso, la sequenza in cui si ritrova per la prima volta in una cella). Assolutamente perfetto, nel suo ruolo, Henry Fonda, rappresentante ideale dell’uomo medio che si ritrova a vivere un’avventura da incubo dalla quale ne uscirà per sempre segnato.
(andrea tagliacozzo)

Complotto di famiglia

L’ultimo film di Alfred Hitchcock (scomparso il 24 aprile del 1980 all’età di ottantuno anni). Una vecchia signora incarica una giovane medium e il fidanzato di questa, un attore fallito, di ritrovarle il nipote. I due scoprono che l’uomo, abbandonato al momento della nascita, è diventato un incallito criminale. Lo smalto, ovviamente, non è più quello di un tempo e il maestro del brivido chiude in tono minore la sua carriera, anche se con un film ironico e divertente che, a suo modo, funziona. Di Hitchcock appare la silhouette dietro una porta a vetri.
(andrea tagliacozzo)

Il delitto perfetto

Trasposizione cinematografica dell’eccellente lavoro teatrale di Fredrick Knott
Dial M for Murder
. Tony vorrebbe uccidere la bella Margot, sua moglie, per mettere le mani sulla cospicua eredità della donna. Dopo aver studiato un minuzioso piano, l’uomo si serve, in qualità di sicario, di un vecchio conoscente. Non tutto, però, procede come previsto. Benché girato quasi interamente in interni, nell’appartamento dei protagonisti (nella stilizzata sequenza del processo a Grace Kelly l’ambiente addirittura non si vede), il film risulta tutt’altro che statico o teatrale. Perfetti i protagonisti, il perfido e glaciale Ray Milland e la fragile e indifesa Grace Kelly. Due rifacimenti: il primo per la televisione, diretto nel 1981 da Boris Sagal; il secondo diretto nel 1998 da Andrew Davis, con Gwyneth Paltrow nei panni della Kelly e Michael Douglas in quelli di Milland.
(andrea tagliacozzo)

L’altro uomo

Dal romanzo
Strangers on a Train
di Patricia Highsmith, adattato per il grande schermo da Raymond Chandler. Guy Haines, giovane campione di tennis, vorrebbe lasciare la moglie e risposarsi, ma la donna non gli concede il divorzio. Uno sconosciuto, incontrato per caso sul treno, si dichiara disposto a eliminare la moglie del tennista se in cambio questi ucciderà il padre dell’uomo. Guy rifiuta indignato la proposta. L’altro, incurante, gli uccide la consorte. Un thriller ad alta tensione che fornisce a Hitchcock l’occasione per sfoggiare alcuni autentici pezzi di bravura. Due, in particolare, le scene da antologia: l’omicidio riflesso nelle lenti di un paio d’occhiali e il finale mozzafiato sulla giostra.
(andrea tagliacozzo)

La congiura degli innocenti

Nei boschi del Vermont, un bambino trova il cadavere di un uomo senza scarpe, Harry. Poiché sia il capitano Wiles, sia Jennifer, sia miss Gravely sono convinti di essere gli autori dell’omicidio, il corpo verrà sotterrato e dissotterrato più volte. Nel suo periodo d’oro, un Hitchcock «minore» ma di grande felicità, se così si può dire di una storia tanto allegramente macabra. Senza star, ma con caratteristi sopraffini (tipo Edmund Gwenn e John Forsythe) e una luminosissima Shirley MacLaine esordiente, il film è una parabola divertita e un po’ sadica, tutta sul filo del gioco e dell’autoparodia. A suo modo, un racconto sull’innocenza del male o – forse – «al di là del bene e del male», come suggeriscono il personaggio della MacLaine e quello del bambino. Superbamente «disneyano» il Vermont fotografato da Robert Burks e meravigliosamente autoironica la colonna sonora di Bernard Herrmann.
(emiliano morreale)

La finestra della camera da letto

Mentre si trova nell’appartamento dell’amante, Sylvia assiste all’aggressione di una ragazza. Quest’ultima riesce fortunatamente a salvarsi. Quella stessa notte, un’altra giovane viene invece uccisa in analoghe circostanze. Per far catturare, senza compromettersi, l’aggressore e probabile autore anche del secondo delitto, Sylvia fornisce indicazioni utili a Terry, l’amante, che si propone come testimone oculare. Discreto omaggio al grande Hitchcock, ben congegnato, avvincente, anche se irrimediabilmente derivativo. Curtis Hanson continuerà a realizzare thriller interessanti ma poco originali, fino ad arrivare al grande successo dieci anni più tardi con l’ottimo

L.A. Confidential.
(andrea tagliacozzo)

Rebecca, la prima moglie

Tratto dal romanzo di Daphne du Maurier. Un vedovo molto ricco, proprietario di un magnifico castello, sposa una ragazza timida e ingenua che la governante, ossessionata dal ricordo della prima moglie dell’uomo, fa sentire quasi un’estranea. La nuova moglie non viene mai nominata per tutto il film. Esordio hollywoodiano del maestro del brivido – che qui compare nel suo solito ruolo cameo fuori da una cabina telefonica – con un film cupo, inquietante e suggestivo. Oscar 1940 per il miglior film e per la fotografia di Gorge Barnes. Joan Fontaine, anche lei candidata, rimase a mani vuote, ma si rifece l’anno dopo vincendo l’ambita statuetta con
Il sospetto
(altro film di Hitchcock).
(andrea tagliacozzo)

La finestra sul cortile

James Stewart è L.B. Jeffries, un fotoreporter costretto in casa con una gamba ingessata. Spia il vicinato con il teleobiettivo, tra una visita dell’infermiera e della sua bella fidanzata modella, Lisa. Scopre un assassinio nell’appartamento di fronte al suo, al di là del cortile… Uno dei film più perfetti di Hitchcock, uno di quelli per i quali la definizione di «mago del brivido» è assolutamente insensata. È intanto (a partire dal bellissimo titolo) un film sul cinema e sulla visione: una riflessione sull’impotenza e l’onnicomprensività dello sguardo, leggibile trasversalmente in termini di maschile e femminile (fondamentale la presenza di una divina Grace Kelly che fa la sua comparsa nella penombra, al ralenty). Ma è anche un film nel quale il cattolicesimo del regista si fa meno misantropico (
Gli uccelli
), masochista (
Il ladro
) o dilemmatico (
Io confesso
). Qui il «giallo» è la metafora migliore per dire che ogni esistenza è degna di essere narrata; e qui Hitchcock è davvero vicinissimo a Simenon. Si guardi la scena della donna cui muore il cane: è una sequenza secondaria, sarcastica ma con un fondo di celatissima pietà, rara in Hitch. Anche se ironicamente, potrebbe contenere addirittura la morale del film.
(emiliano morreale)

Paura in palcoscenico

Un’aspirante attrice copre involontariamente un omicida che tenta di scaricare il peso del proprio crimine sulla consorte, primadonna teatrale. Dopo una serie di peripezie, il colpevole verrà smascherato sulla scena.

Celebre soprattutto per il falso flashback da cui prende l’avvio,
Paura in palcoscenico
è un piccolo gioiello hitchcockiano, nonostante lo scarso amore che il regista e Truffaut gli portavano. Certo, il racconto è strutturato come una delle odiate trame alla Agatha Christie, e indubbiamente Jane Wyman non è un’interprete ideale né Richard Todd risulta convincente nella parte del villain. Tuttavia il film marca il ritorno dell’ingombrante cineasta nella natia Inghilterra, e
Paura in palcoscenico
emana proprio quell’atmosfera famigliare che caratterizzò i suoi film del periodo britannico. Il sarcasmo sornione di Marlene Dietrich non fa che esaltare questa confidenza: la sua maniera di trattare la Wyman è impareggiabile.
(francesco pitassio)

Prigionieri dell’oceano

I superstiti di una nave civile americana, affondata da un sottomarino nazista, si ritrovano su una scialuppa di salvataggio, a bordo della quale viene ospitato anche un altro naufrago di nazionalità tedesca. Un film di difficile realizzazione, tutto ambientato a bordo della minuscola imbarcazione, ma risolto con la consueta abilità dal cineasta inglese, puntando in primo luogo sullo studio psicologico dei personaggi. Finale agghiacciante nella sua totale brutalità. Hitchcock, tra l’altro, riesce a compiere la sua solita fugace apparizione: il regista compare, anche se in fotografia, all’interno di una pubblicità per un prodotto dimagrante. La sceneggiatura (che ebbe anche una candidatira all’Oscar, come regia e fotografia) è firmata anche da John Steinbeck.
(andrea tagliacozzo)

Caccia al ladro

Cary Grant è un ladro di gioielli che si è riscattato grazie ad azioni coraggiose durante la Resistenza. Deve aiutare, in Costa Azzurra, la polizia a smascherare un altro ladro che ricalca il suo stile. Controlla i turisti danarosi tra i quali Grace Kelly di cui si innamora. Era il periodo più felice del cinema di Hitchcock, e non solo del suo. Oggi però rischia di sfuggirci quanto in realtà fosse un cinema già neo-classico, girato da dentro la morte degli studios, in cerca di altri set, di contaminazioni di generi, con un distacco ironico e malinconico. I registi delle nuove leve venivano già tutti dalla tv. Questo film ha un che di crepuscolare, con Grace Kelly abbagliante e il vecchio e glamouroso Grant ladro-gentiluomo in un incastro di perfezione assoluta. Un gioco di superfici che sembra incrinarsi a ogni momento (si muore davvero, in questo film, e con cattiveria), e i personaggi sembrano sempre sul punto di far cadere la maschera. Un giorno, poi, mentre Hitchcock guardava i giornali, arrivarono Claude e François, due giovani e goffi giornalisti francesi, per fargli un’intervista… Eh sì, era già l’inizio della fine. Premio Oscar per la fotografia.
(emiliano morreale)

Il caso Paradine

Una donna dell’alta borghesia viene accusata dell’omicidio del marito, ricco e cieco. Il suo avvocato si innamora di lei e trova un colpevole ideale nel giardiniere. Ma Lady Paradine è una vittima o un essere diabolico? Tratto da un romanzo di Hichens, un capitolo considerato «minore» anche dallo stesso regista. Gli schemi del film processuale sono rispettati fino in fondo, la vicenda non ha grandi sorprese e secondo Hitchcock c’erano anche degli errori di casting. Ma la cosa che colpisce di più, a rivederlo oggi, è la ferocia e la morbosità delle relazioni fra i personaggi: tutti malvagi al limite del grottesco, in particolare il laido giudice Laughton. Per ritrovare una tale misantropia bisognerà aspettare
Gli uccelli
o i lavori dell’allievo francese Chabrol, uno che da questo film ha sicuramente imparato molto. Su tutti si staglia una statuaria e sensuale Alida Valli, in un ruolo alla Ingrid Bergman ma con guizzi demoniaci e perversi.
(emiliano morreale)