Irma Vep

Appassionata e penetrante satira del cinema e del disordine che circonda il processo della creazione cinematografica. Un’attrice hongkonghese di film d’azione (Cheung, nella parte di sé stessa) arriva a Parigi per lavorare in un remake della serie Les Vampires (1915-16) di Louis Feuillade. Comunque, l’ispirazione per il suo personaggio non è tanto Feuillade quanto la Catwoman di Michelle Pfeiffer di Batman — Il ritorno. Zeppo di riferimenti cinematografici e di critica mordente della cinematografia contemporanea. Per inciso, il titolo è l’anagramma di “Vampire”.

Coffee & Cigarettes

Undici cortometraggi girati a partire dal 1985. Seduti intorno a un tavolino, sorseggiando caffè o tè e fumando sigarette, gli stravaganti personaggi del film discutono, sono parole dello stesso Jarmusch, di «argomenti che spaziano dai ghiaccioli al caffè a Gianni e Pinotto, dai complotti sulla morte di Elvis all’esatta preparazione del tè inglese, dalle invenzioni di Nikola Tesla alla rock band immaginaria SQÜRL, dalla Parigi degli anni Venti all’uso della nicotina come insetticida…».
Roberto Benigni, Bill Murray, Steve Buscemi. E stelle del rock come Tom Waits, Iggy Pop e i White Stripes. Le premesse per fare del nuovo lavoro di Jim Jarmusch un film di culto c’erano tutte. Eppure il regista di Daunbailò ha allestito un’opera tanto caratterizzata dal punto di vista formale (la fotografia in bianco e nero di Frederick Elmes, Ellen Kuras, Tom Di Cillo e Robby Muller, quest’ultimo già all’opera proprio in Daunbailò) quanto carente da quello dei dialoghi. Un difetto non da poco per una pellicola interamente ambientata attorno a tavolini da caffè. L’elogio di nicotina e caffeina regge per un paio di episodi ma poi la noia si impadronisce dello spettatore fino alla penultima scena, la migliore del lotto, che vede un surreale Bill Murray chiacchierare amabilmente con GZA e RZA, due membri del gruppo hip hop dei Wu-Tang Clan. Poche, quasi nessuna, le battute da ricordare. Persino il divertente inglese maccheronico di Roberto Benigni viene «sprecato» a causa della decisione di doppiare l’audio originale. Cinque-dieci minuti di commedia ben riuscita non bastano a giustificare la visione integrale di un film che ne dura 96. (maurizio zoja)

Harem Suare

Una ragazza europea entra a far parte dell’harem del sultano della Turchia. Alleandosi con un eunuco, cerca di diventare la favorita: ma l’impero sta per crollare, l’harem sarà distrutto e le donne si disperderanno. La vicenda si snoda in una serie di flashback a incastro, nel racconto della superstite. La storia (vera) è straordinaria, ma il film è in gran parte un’occasione mancata. Perché Özpetek, esordiente con il pregevole Hamam – che era un film sulla seduzione e la violenza del vicino Oriente, narrato quasi in prima persona – qui fatica a vedere attraverso gli occhi di un’europea trascinata nei rapporti di forza e di fascino dell’harem. E così maschera il racconto tra drappeggi neanche tanto sontuosi (il film è piuttosto povero), tentando il mélo viscontiano ma rimanendo sempre a una certa distanza dai personaggi. La costruzione finisce perciò col diventare artificiosa, e del film si intuisce innanzitutto ciò che poteva essere.
(emiliano morreale)