Catwoman

La dolce Patience Philips
(Halle Berry)
è
impiegata nel reparto grafico di un’importante casa produttrice di cosmetici
che sta per lanciare sul mercato una nuova crema di bellezza che
promette l’eterna giovinezza. La giovane scopre per caso che in realtà il
cosmetico deturpa orrendamente il viso delle donne e per questo viene
fatta fuori senza tanti complimenti da due scherani al soldo del
presidente della multinazionale, l’odioso George Hedare
(Lambert
Wilson),

e della sua compagna Laurel
(Sharon
Stone).

Quest’ultima, passata la boa dei quarant’anni, si vede costretta –
con malcelata invidia – a passare lo scettro di
testimonial
della casa di cosmetici a una più giovane modella, che fatalmente si
appresta a sostituirla anche nelle grazie del potente
businessman.
La povera Patience passa a miglior vita. Un misterioso felino,
messaggero celeste delle antiche divinità egizie, le infonde però magici
poteri che la riportano in vita, donandole i sensi e la prodigiosa
destrezza dei gatti. Forte dei suoi nuovi poteri ma combattuta nel ricordo
della sua precedente identità, la ragazza si mette sulle tracce dei suoi
assassini. Finisce però per entrare in competizione con il fascinoso
detective
che le fa la corte, Tom Lone
(Benjamin
Bratt),

incaricato di indagare su alcuni strani casi che hanno al
centro proprio la fantomatica donna-gatto. Prima dello scontato lieto fine,
la sinuosa eroina dovrà incrociare gli artigli con la perfida Laurel, che l’utilizzo della crema di bellezza ha reso (quasi) invincibile.

Miaooo. Che fusa fa la miciosa Halle Berry (leggi il suo

profilo
e guarda la gallery). Più di dodici
milioni di dollari valevano ben la pena di qualche lungo pomeriggio
trascorso a osservare il felino di casa nelle sue scorribande tra la credenza e
l’acquario dei pesciolini. La gioia per gli occhi – per altro molto
contenuta da inquadrature castigate per non dire caste – è completata
dalla sulfurea prestazione di Mrs Stone, specialista nel ruolo della bella
ma «fetente» (nel senso partenopeo del termine).

L’ennesima riscoperta dell’ennesimo supereroe dei fumetti si
esaurisce qui. Il personaggio della donna-gatto, partorito negli anni Quaranta
dalle matite dei creatori di
Batman
e da allora protagonista
di numerose apparizioni, tra le più recenti quella di Michelle
Pfeiffer nel 1993 nel
Ritorno di Batman
di Tim Burton, meritava
qualcosa di più. Il regista Pitof (al secolo Jean-Christophe Comar),
francese, un solo film all’attivo come regista, il bruttino
Vidoq,
ma solidissimi trascorsi di mago degli effetti speciali
(Giovanna
d’Arco

di Besson e
Asterix e Obelix contro Cesare)
confeziona un film per famiglie che regala rassicuranti sbadigli ed effetti che
ci sono parsi, tutto sommato, non così speciali. L’interesse per
questo

Catwoman
si esaurisce nel dualismo Berry/Stone, frenato però dal
bersaglio (grosso) al quale il film punta. Peccato, sarebbe stato gradevole
– lo diciamo beninteso senza alcun intento sciovinistico – sondare più
profondamente la carica erotica della trentottenne attrice
afroamericana, del resto già ampiamente messa in mostra nel film che le valse
l’Oscar nel 2002,
Monster’s Ball,
e nel ruolo di
Bond
Girl

al fianco di Pierce Brosnan in
Die Another Day.
Ancora più
intrigante sarebbe stata la sfida, al cospetto di quella Sharon Stone
che si conquistò la palma dell’erotismo con
Basic Instinct
e
che ora, suonato il quarantaseiesimo campanellino, risolti i problemi di
salute, affidato lo spirito a Buddha e con un figlio adorato al
seguito, si appresta a produrre il seguito del sexy thriller. Sarebbe stato,
avrebbe potuto essere…Vabbè, vado giù a portare il cane.

(enzo fragassi)