Sogni d’oro

Il regista Michele Apicella sta girando la sua opera seconda: si tratta di
La mamma di Freud
, una biografia comica del padre della psicanalisi. Crisi creative e personali, ma soprattutto sogni e visioni, accompagnano il suo percorso fino alla fine del film, che sarà un fiasco. Il Moretti più narcisista e fastidioso, uno di quelli in cui l’intelligenza e la sincerità non riescono a bilanciare la chiusura, gli sbrodolamenti, i vezzi. Insomma,
Sogni d’oro
è un «secondo film» da manuale (consideriamo infatti
Io sono un autarchico
ed
Ecce bombo
lo stesso lavoro in doppia versione), ne possiede tutti i difetti e le incertezze. Si aggiunga poi che in quegli anni il cinema italiano era un deserto assoluto (e lo sarebbe rimasto fin quasi alla fine del decennio), nel quale lo sbandamento dei cineasti toccava il proprio nadir. Eppure, di questo film azzardato e scombinato, rimangono impressi frammenti proverbiali, pillole di ironia: Moretti che gioca a palla sul minicampo della sua stanza, Moretti-uomo lupo che urla «Perdonami, sono un mostro!», il dibattito televisivo. E poi c’è una Morante agli esordi (ma oggi è più brava e anche più bella).
(emiliano morreale)

La Cina è vicina

Vittorio è un professore insoddisfatto che decide di tentare la carriera politica. Elena, la sorella acida e single, è tutta presa nell’amministrazione del patrimonio familiare. Camillo, l’ultimo fratello, è un universitario ribelle e idealista. Queste tre vite così diverse si intrecciano e si scontrano, sullo sfondo dell’Italia degli anni Sessanta. Una pellicola che divenne una sorta di manifesto per il movimento studentesco, nella sua tagliente ironia diretta ai partiti politici tradizionali.

Sogni mostruosamente proibiti

Il complessato Paolo lavora in una casa editrice di fumetti. Per sfuggire alla deludente realtà di tutti i giorni, ha creato nella sua fantasia la bellissima Dalia, con la quale immagina di essere coinvolto in mille avventure. Mentre si trova in un supermarket, il timido impiegato si ritrova, come per miracolo, davanti alla donna dei suoi sogni. Fin dal titolo, il film si rifà abbastanza spudoratamente a
Sogni proibiti
, il classico degli anni Quaranta con l’indimenticabile Danny Kaye. Inutile dire che con le sue gag stantie e un Villaggio sempre più ripetitivo il confronto con l’originale è praticamente improponibile.
(andrea tagliacozzo)

7 km da Gerusalemme

Alessandro Forte, pubblicitario quarantatreenne, “quasi agnostico” (la voce fuori campo racconta: “non credo agli oroscopi, le madonne non piangono, non mi evolverò in una farfalla o in un santo”) si trova, per motivi misteriosi, a camminare sulla via che da Gerusalemme va verso il mare. Giunto nei pressi di Emmaus viene affiancato da un tale, capelli lunghi, vestito con tunica e sandali, che gli dice di essere Gesù. Non gli crede naturalmente, ma l’altro comincia a dargli delle prove, anche forti (gli fa vedere la mamma morta). Da quel momento nasce un rapporto. L’umano è sempre meno diffidente, il
forse divino
è sempre più vicino al linguaggio e ai sentimenti di Alessandro. Al pubblicitario vengono indicati alcuni personaggi, modelli “normali” della sua vita, che rappresentano i vari sentimenti (le differenze, la generosità, i media, la violenza eccetera). La verità non emergerà mai in assoluto, forse Gesù lo è davvero, o forse è una sorta di sogno di un uomo alla ricerca di qualcosa.

Com’è dura l’avventura

Un industriale sull’orlo della bancarotta organizza l’affondamento del suo yacht, ormeggiato in un porto marocchino, per truffare la compagnia con la quale è assicurato. Incaricato dell’operazione, il pavido e sottomesso cognato dell’imprenditore parte per il Marocco assieme a un sedicente uomo di mare. Il film aveva la pretesa di rinverdire l’ormai defunta commedia all’italiana, ma manca di grosso il bersaglio. Anche Paolo Villaggio e Lino Banfi ripetono più o meno stancamente le solite macchiette a cui sono da tempo abituati.
(andrea tagliacozzo)

La sconosciuta

Irena, ex prostituta venuta dall’Est con un passato molto ingombrante e difficile da dimenticare, riesce a trovare un lavoro come domestica in una ricca famiglia. La ricerca di una vita finalmente serena nasconde in realtà un secondo fine: la figlia adottiva della giovane coppia per cui lavora e di cui pensa di essere la vera madre. Il passato della donna si materializza nel suo ex magnaccia, che farà vertiginosamente precipitare il precario equilibrio che Irina pensava di aver costruito.

Storia di ragazzi e di ragazze

Nel 1936, a Porretta Terme, si festeggia il fidanzamento della figlia di piccoli proprietari terrieri con un giovane borghese di Bologna. In un’atmosfera festosa i numerosi invitati manifestano i reciproci sentimenti e le loro vicende personali. Tipico prodotto del periodo intimista di Pupi Avati: indubbiamente ben confezionato e con un cast di tutto rispetto, ma quasi stucchevole nel suo calligrafismo minimale. Nastro d’argento 1990 ad Avati per la miglior regia. (andrea tagliacozzo)

Da grande

Un bambino di otto anni, sentendosi trascurato dai genitori, vorrebbe diventare subito adulto. Dopo aver espresso ad alta voce il suo desiderio, un misterioso fascio di luce lo trasforma in un corpulento quarantenne. Uno spunto singolare, svolto senza sbavature e con l’aiuto di un Pozzetto quasi sorprendente, perfettamente a suo agio nel ruolo del bambino troppo cresciuto. Il film fu realizzato quasi in contemporanea con il similare Big di Penny Marshall. (andrea tagliacozzo)

Il villaggio di cartone

Come un mucchio di stracci buttato lì, sui gradini dell’altare. E’ il vecchio Prete, per tanti anni parroco in quella chiesa che ora non serve più e viene dismessa. Gli operai staccano dalle pareti i quadri dei santi e gli oggetti sacri più preziosi. Un lungo braccio meccanico stacca il grande Crocefisso a grandezza d’uomo appeso alla cuspide per calarlo a terra come uno sconfitto. E’ inutile opporsi: nulla potrà fermare il corso degli eventi che l’incalzare delle nuove realtà impone alla storia. Tuttavia, di fronte allo scempio della sua chiesa, il Prete avverte l’insorgere di una percezione nuova che lo sostiene. Gli pare che solo ora quei muri messi a nudo rivelino una sacralità che prima non appariva. Da questo momento di sconforto avrà inizio una resurrezione in spirito nuovo della missione sacerdotale. Non più la chiesa delle cerimonie liturgiche, degli altari dorati, bensì la Casa di Dio dove trovano rifugio e conforto i miseri e i derelitti. Saranno costoro i veri ornamenti del Tempio di Dio. E pure la vita del vecchio Prete troverà nuove vie della carità, della fratellanza e persino del coraggio di compiere quegli atti d’amore che chiedono anche il sacrificio estremo, quale alto significato della consacrazione sacerdotale. Ha inizio un tempo in cui il mondo ha bisogno di uomini nuovi e giusti per smascherare l’ambiguità delle parole con l’oggettività degli atti.

Il paradiso all’improvviso

Lorenzo è l’uomo più single della terra. Non vuole legarsi a una donna in modo definitivo perché ama troppo le sue libertà. Ha due amici, i nobili Taddeo Borromini e Giandomenico Bardella, dediti alla tradizione iniziata nel Trecento dai loro avi che amavano sfidarsi a suon di scommesse folli. Lorenzo fa un lavoro particolare: la sua ditta, Pioggia, Neve e Grandine, realizza effetti speciali per il cinema e le feste private. La sua collaboratrice più fidata è Nina, una meccanica un po’ cafona che tradisce continuamente il marito. Un giorno Lorenzo e Nina vanno a Ischia per lavoro: Amaranta, una bellissima ragazza colombiana, desidera fare una sorpresa al suo fidanzato, ricreando l’atmosfera del loro primo incontro, avvenuto in montagna sotto la neve. Ma il fidanzato non arriva e Lorenzo si offre di trascorrere con lei i successivi tre giorni. Tra tuffi al mare, scampagnate e notti sotto le stelle, il mago della neve finisce per innamorarsi. Ma la ragazza nasconde un segreto…

Leonardo Pieraccioni ha sfornato la sua ennesima commedia sentimentale, mettendosi affianco per l’ennesima volta una bella attrice straniera, in questo caso la colombiana Angie Cepeda, scelta dopo averla vista recitare da protagonista in
Pantaleón e le visitatrici
di Francisco Lombardi. Orfano del compagno di sempre, Massimo Ceccherini, ha trovato un sostituto in Anna Maria Barbera, nota al pubblico televisivo per il personaggio di Sconsolata e unica novità della pellicola frutto del rinnovato sodalizio con Giovanni Veronesi. La Barbera non fa altro che portare sul grande schermo il suo personaggio di donna un po’ volgare con tentazioni da vamp. I suoi spunti comici hanno però tempi televisivi e la sua scarsa interazione con il protagonista la rende quasi un corpo estraneo al resto del film. Pieraccioni, dal canto suo, punta tutto sull’amore. Lei è una donna bellissima con una vita difficile, cresce da sola un bambino e si innamora del simpatico ragazzo che per la prima volta la tratta con dolcezza. Lui è l’ingenuo e impacciato protagoista de
I laureati,
che parla con la telecamera e fa battute goliardiche. Assolutamente niente di nuovo. Trentanovenne e single incallito, Pieraccioni vuole mettere la testa a posto almeno al cinema, cercando di convincere tutti che è meglio sposarsi. Ma ce n’era veramente bisogno? Un passo in avanti rispetto alle ultime produzioni ma decisamente non all’altezza dei campioni d’incasso,
Il ciclone
e
Fuochi d’artificio.
(francesco marchetti)

Willy Signori e vengo da lontano

Il cronista di un quotidiano viene coinvolto in un incidente stradale nel quale un uomo perde la vita. Accusato dalla fidanzata di questi, una giovane in stato interessante, di essere il responsabile dell’accaduto, il giornalista, turbato dal rimorso, decide di occuparsi di lei e del bambino che dovrà nascere. Francesco Nuti muove inutilmente la macchina da presa e cerca inquadrature con angolazioni inusuali, incurante, però, di avere tra le mani una sceneggiatura quasi ridicola (scritta dallo stesso Nuti con Ugo Chiti). Ai limiti del sopportabile.
(andrea tagliacozzo)

Un viaggio chiamato amore

Non ha avuto una vita facile Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo. Ha visto la madre tentare il suicidio, è stata violentata da un collega che è stata obbligata a sposare, le hanno portato via il bambino che non vede da vent’anni… Una esistenza movimentata, una cerchia di amicizie illustri, di amori famosi, una vita intellettuale vivacissima. Legge le poesie di Dino Campana. Gli scrive. E decide di incontrarlo nel paesello toscano dove lui passa per matto. Lei è una splendida quarantenne, lui ha dieci anni di meno. Scoppia una passione travolgente, folle, delirante, violenta e tenera. Fino alla invitabile conclusione.
Michele Placido firma la regia di questo film che ha per protagonisti due belli del cinema italiano in un periodo di gloria: Laura Morante e Stefano Accorsi (Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2002 come miglior attore). Una storia d’amore forte che, però, non riesce a coinvolgere né tantomeno ad appassionare, con i suoi flash-back e le incursioni nella guerra in bianco e nero. Troppa carne al fuoco, forse. La guerra, la cultura, il femminismo, la passione, la malattia, il nuovo secolo… Un film pretenzioso, insomma. Sempre brava Laura Morante, ma Accorsi convince poco con la sua recitazione sempre sopra le righe e francamente poco espressiva.

Una notte blu cobalto

Catania, lunedì, 07:07. Lo studente universitario Dino Malaspina non vuole e non sa dimenticare: si è bloccato. La ragazza lo ha lasciato da mesi e lui non riesce ancora a farsene una ragione. Oggi però tutto sembra inevitabilmente destinato a cambiare. Lo attendono infatti un lavoro come porta pizze per la misteriosa “Blu Cobalto”, dei clienti imprevedibili da soddisfare e una lunga notte dove tutto diventerà magicamente possibile, anche scegliere se essere felice.

Amici miei atto II

Dopo sette anni, ritornano quattro dei cinque scatenati vitelloni di
Amici miei.
All’appello manca il Perozzi (ovvero Philippe Noiret) che moriva alla fine del primo episodio. Ma i superstiti, ritrovatisi davanti alla tomba dell’amico, non hanno nessuna voglia di lasciarsi travolgere dall’incombente vecchiaia. Discretamente divertente, all’insegna dell’humour nero, ma inevitabilmente inferiore al precedente. Il ruolo che fu di Duilio Del Prete passa a Renzo Montagnani che nel primo film doppiava Noiret.
(andrea tagliacozzo)

Sposi

Cinque coppie di sposi o aspiranti tali, che esplorano difficoltà, situazioni peculiari, desideri e fallimenti. Pellicola non esaltante, dal sapore minimalista e piccolo-borghese. È dedicata all’attore Nik Novecento, morto a soli 23 anni.

Regalo di Natale

Una rimpatriata di quattro amici che, la notte di Natale, si ritrovano per una partita a poker. Ognuno di loro ha, da mettere sul piatto, il bilancio della propria vita, tra inganni, menzogne, tradimenti e fallimenti. Un film lucido, amaro e malinconico, che segna il (notevolissimo) debutto di Diego Abatantuono in un ruolo drammatico.

La rivincita di Natale

Sono passati quindici anni da quando, durante la notte di Natale, quattro ex amici delusi dalla vita si ritrovarono intorno a un tavolo da gioco per spennare un presunto pollo rivelatosi in realtà un astuto giocatore professionista. Al termine di quella partita uno di loro si alzò dal tavolo dopo aver perso cinquecento milioni. Quindici anni dopo ha la possibilità di rifarsi. Lo stesso gioco, gli stessi cinque giocatori. Chi vincerà stavolta?
Girato con gli stessi protagonisti di allora, La rivincita di Natale è il sequel di Regalo di Natale (1986), la pellicola che diede il via alla seconda parte della carriera di Diego Abatantuono dopo i fasti, si fa per dire, dei vari Attila ed Eccezziunale veramente. Quindici anni dopo, nessuno sta meglio di allora, anzi. Pupi Avati racconta cinque piccoli uomini allo sbando, pronti a tradire, oggi come allora, pur di togliersi dai guai. Si ride, più che altro si sorride, molto amaro. Inevitabile, almeno inizialmente, prendere le parti del personaggio interpretato da Diego Abatantuono, colui che uscì con le ossa rotte dalla prima partita. Ma il modo in cui insegue la sua rivincita mette ansia e malinconia, così come il comportamento dei suoi ex amici. Numerosi i colpi di scena, inseriti nella sceneggiatura con la consulenza di Giovanni Bruzzi, esperto di gioco d’azzardo, bluff e affini ed egli stesso ex biscazziere. Fino all’esito finale della partita e del film, tutt’altro che un lieto fine. (maurizio zoja)

Un giorno della vita

1964: Basilicata. Salvatore, a soli dodici anni, finisce in riformatorio a causa della sua forte passione per il cinema. Passione che lo spinge a raggiungere ogni giorno in bicicletta, insieme agli amici Alessio e Caterina, il paese vicino al suo per poter assistere ai film di una saletta di terza visione.

Salvatore deve poi affrontare continuamente l’ostilità di suo padre, un contadino comunista che vede come fumo negli occhi la passione del figlio. Un giorno, dall’annuncio della vendita di un vecchio proiettore 16mm nasce in Salvatore l’idea di creare un piccolo cinema. L’assoluta mancanza di denaro pone però un ostacolo al progetto.

E’ solo sottraendo i soldi raccolti tra i militanti della locale sezione del Partito comunista per inviare una delegazione ai funerali di Togliatti, che Salvatore riesce ad acquistare il proiettore. Ma la felicità dei ragazzi dura poco. Infatti, le faccende degli adulti e le beghe politiche del paese, andando a intrecciarsi con il loro ingenuo sogno, portano alla scoperta del furto di Salvatore.

Le rose del deserto

Un episodio della guerra di Libia che il novantunenne Monicelli racconta con la baldanza di un giovane cineasta, alternando differenti registri, dal comico al drammatico. Un plotone sanitario dell’esercito italiano di stanza a Sorman, in pieno deserto, se la passa abbastanza bene, nel 1940. La guerra sembra favorire l’avanzata delle truppe italo-tedesche verso l’Egitto e nel campo regna un bel clima cameratesco. Un cappellano italiano (Placido) richiama l’attenzione dei militari sulle pessime condizioni di vita della popolazione locale, trasformando così l’occupazione militare in azione umanitaria. Ma la alterne vicende della guerra cambieranno di molto l