Crimini e misfatti

A New York, s’intrecciano le vicende di Judah Rosentahal (Martin Landau) e Cliff Stern (Woody Allen): il primo, un oculista di grande fama, per sbarazzarsi dell’amante, divenuta ingombrante, non esita a ricorrere all’omicidio; il secondo, regista di poca fortuna, per sbarcare il lunario è costretto a realizzare un documentario sull’antipaticissimo cognato, produttore di ignobili film commerciali. Il dramma s’intreccia mirabilmente con la commedia in uno delle opera più amare e riuscite del regista newyorchese. Anche nell’episodio interpretato da Allen, sicuramente più leggero dell’altro, si respira un’aria di cupo pessimismo che non può lasciare indifferenti (il suicidio del filosofo ebreo scampato ai campi di sterminio, un chiaro riferimento a Primo Levi). Inspiegabile come Martin Landau, meritatamente candidato all’Oscar, non sia stato preso in considerazione dai membri dell’Academy per la vittoria finale. (andrea tagliacozzo)

Misterioso omicidio a Manhattan

Leggero ma divertente giallo, con Allen e la Keaton nel ruolo di una coppia sposata che sospettano l’apparentemente innocuo vicino di casa di aver ucciso la moglie. Una sorta di ritorno ai primi, più divertenti film di Allen, non si tratta di un classico ma è decisamente piacevole, con le solite battute fulminanti e alcune situazioni esilaranti. La cosa migliore è la meravigliosa chimica fra Allen e la Keaton (che interpreta un ruolo originariamente pensato per Mia Farrow), che esprimono le loro rispettive nevrosi con agio intuitivo. Allen firma la sceneggiatura con Marshall Brickman, già collaboratore per Io e Annie e Manhattan.

What Women Want

Il pubblicitario di successo Nick Marshall, divorziato e ora scapolo impenitente, maschilista e donnaiolo, trova sulla strada della promozione la rampante Darcy Maguire, assoldata per riconvertire l’agenzia al punto di vista femminile. Ma, causa un incidente elettrico, Nick acquisisce come per miracolo la dote di leggere nelle menti delle donne: in questo modo recupera il terreno perduto e soprattutto tiene testa alla capace Darcy. Lo spunto del film non è male, quasi da commedia sofisticata, e se fossimo stati nella Hollywood degli anni Quaranta probabilmente sarebbe stato affidato a Howard Hawks, magari a Frank Capra, meglio ancora se a Preston Sturges, e ne sarebbe venuta fuori una commedia pungente e deliziosa. Tant’è: negli anni 2000 il soggetto finisce invece nelle mani di Nancy Meyers, che non trova niente di meglio da fare che buttare tutto sulla farsa di grana grossa, in alcuni casi decisamente pesante, diretta senza grazia né stile. E per giunta lunga più di due ore. A salvarsi sono solo le canzoni di Frank Sinatra e Sammy Davis jr., e una sequenza in cui Mel Gibson balla da solo come un novello Fred Astaire. Un attore del suo calibro e della sua ironia avrebbe meritato di più.
(andrea tagliacozzo)

Tutti dicono I love you

Le disavventure di una famiglia di classe medio-alta di Manhattan tra casa, Venezia e Parigi. Una vivace confusione che Allen utilizza per realizzare un musical. Il semplice piacere di guardare gli attori cantare meravigliose vecchie canzoni (solo la Barrymore è doppiata) fa dimenticare tutti difetti del film (comprese la mancanza di una storia e la curiosa insensata abitudine delle telecamere di non riprendere chi sta cantando). Tutti sembrano divertirsi un sacco e Woody ritorna con piacere sul suo personaggio di perdente. La colonna sonora è brillantemente arrangiata da Dick Hyman.

California Suite

Divertente commedia che Neil Simon, autore della frizzante sceneggiatura, ha tratto da un suo hit di Broadaway (
Plaza Suite
). Sullo sfondo del Beverly Hills Hotel scorrono parallele quattro storie. Una di queste vede protagonista una strana coppia di coniugi, formata da un antiquario bisessuale e un’attrice un po’ bisbetica che, candidata all’Oscar, non riesce ad aggiudicarsi l’agognata statuetta. Ironia della sorte, la seconda è interpretata da Maggie Smith che, proprio con questo ruolo, vinse l’Oscar come migliore attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Il matrimonio di Betsy

Betsy, figlia di Eddie e Lola Hopper, decide di sposare il giovane Jake Lovell. Sebbene non stia navigando in buone acque finanziare, Eddie accetta di accollarsi le spese della cerimonia nuziale. Mentre fervono i preparativi del matrimonio, anche l’altra figlia degli Hopper, Connie, s’innamora: lui è un mafioso, ma per amore della ragazza passerà dalla parte della legge. Una sorta di versione aggiornata de Il padre della sposa (un anno prima del remake ufficiale con Steve Martin), diretta con sottile umorismo e intelligenza da Alan Alda, ottimo anche come interprete. Eccellente anche il resto del cast, a partire dalla compianta Madeline Kahn in una delle sue prove migliori. (andrea tagliacozzo)

The Aviator

Howard Hughes non poteva non colpire la fantasia di Martin Scorsese, sempre alla ricerca di «eroi» estremi, ambigui, ingordi, a metà strada tra l’imbroglio e l’intuizione, animati da buone intenzioni lastricate di nefandezze; eroi comunque del suo diorama cinematografico così passionale e referenziale.

Hughes, nato per volare, morì volando nel 1976 ma, oltre che aviatore, produttore e progettista di aerei era anche un magnate del petrolio, sicuro che qualsiasi pazza e costosa impresa avesse intrapreso, il suo petrolio l’avrebbe sostenuta. Da qui una sorta di oltraggiosa invincibilità.

Era anche un produttore cinematografico e un regista, personaggio di quella Hollywood Babilonia raccontata per epiche gesta di fortune e fallimenti, di amori effimeri ma chiacchieratissimi e di fattacci scandalosi. Finché visse, anche nell’isolamento totale degli ultimi anni, fu un protagonista di quel mondo.

Come regista lo si ricorda per aver per aver diretto e prodotti il film forse più dispendioso nella storia del cinema, “Angeli dell’inferno,” e il più sensuale per quei tempi, “Il mio corpo ti scalderà,” le cui riprese furono in realtà iniziate dal suo amico e grande regista Howard Hawks.

Intorno a questo personaggio sfaccettato di titanismo e infantilismo, di nevrosi e di ardimento, Scorsese ha costruito un film «classico», alla maniera di quel genere hollywoodiano che da sempre adora: “The Aviator” è questo, un costoso e sfarzoso divertimento, omaggio al pionierismo americano e a un’epoca che lo esaltava, nel cinema come nell’aviazione. Sono gli anni d’oro del ventennio che va dalla nascita del sonoro alla fine degli anni Quaranta ma anche il periodo che segna lo sviluppo dell’aviazione bellica e civile, di cui Hughes fu un audace propulsore.

Del resto, fin dal titolo, si capisce che Scorsese ha voluto privilegiare questo aspetto, più avventuroso e temerario, rispetto a quello del playboy e del tycoon cinematografico, pur presente soprattutto nella prima parte. Nella quale c’è tutto quel che fa mugolare di piacere i cinefili più maniacali: la censura di “Outlaw,” le notti folli del Sunset Boulevard, i club, le scazzottate, le attrici e le amanti come Jean Harlow, Katharine Hepburn, Lana Turner e quella Faith Domergue che lui lanciò soprattutto quando divenne il boss della RKO (ma il film si ferma prima) e che finì chissà come, dopo aver scritto il libro-scandalo “My Life With Howard Hughes,” nel 1972.

Poi il film si focalizza sulle imprese aviatorie, dalla costruzione di aerei giganti all’incidente di volo a Beverly Hills, dalla battaglia per la conquista di rotte transoceaniche alla causa intentatagli per truffa dal governo. Il regista segue lo schema classico e formalizzato delle vite romanzate ed «edificanti», ascesa, caduta e redenzione, e fabbrica un prodotto che funziona a meraviglia perché tutte le componenti contribuiscono alla sua riuscita: dalla sceneggiatura alle splendide scenografie (per cui Dante Ferretti e sua moglie Francesca Lo Schiavo hanno ricevuto una delle undici nomination all’Oscar assegnate a questo film), agli attori, alla musica, alle citazioni e via di seguito.

Naturalmente qualcosa va sacrificato al grande spettacolo: “The Aviator” è più avvincente che convincente, più sontuoso che profondo. La nevrosi di Hughes, per esempio, il suo lato oscuro, è tutto esteriorizzato e non per colpa di DiCaprio, interprete superbo. Sono le regole del sistema. Piccoli appunti, poche riserve per uno spettacolo tutto da godere. Si potrebbe anche prevedere un seguito, visto che il film si chiude con uno Hughes poco più che quarantenne, vincente e volante: nel 1966, disfatosi della RKO, vendute le azioni della TWA, il tycoon si rinchiuse in una penthouse suite del Desert Inn Hotel di Las Vegas e, protetto da cinque fedeli mormoni, non si fece più vedere da nessuno, fino alla morte, anch’essa piena di ombre e di dubbi e degna di un altro film.
(piero gelli)

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