Frankenstein di Mary Shelley

Versione “fedele” ma ampiamente deludente della saga di Frankenstein. Più energico del necessario, con la macchina da presa che non sta mai ferma. Branagh ci permette di capire la personalità del dottor Frankenstein, ma la storia deraglia una volta che la creatura viene lasciata libera. Ulteriormente appesantito dalla cornice narrativa con il capitano di mare Quinn. Il mostro di De Niro rimane molto… deniresco, e fa sentire la nostalgia di Karloff (e perfino di Peter Boyle).

Giocando nei campi del Signore

Atterrato con il suo biplano in un villaggio dell’Amazzonia, Lewis Moon, avventuriero di origini Cheyenne, riceve l’incarico di bombardare il territorio della tribù Niaruna. Ma l’uomo, solidale con gli indios, si rifiuta di eseguire gli ordini e si paracaduta in mezzo alla foresta. Nella loro ingenuità, i Niaruna scambiano Moon per Kisu, il dio del tuono. Dal romanzo di Peter Mathiessen, un film ambizioso e complesso, ma non del tutto riuscito, a dispetto del buon cast su cui può contare. La durata è forse eccessiva e il ritmo decisamente lento, anche se la pellicola riesce di tanto in tanto ad affascinare e a tenere desto l’interesse dello spettatore. (andrea tagliacozzo)

La musica del cuore

Roberta è un’insegnante di musica che persegue l’idea di un corso di violino ad Harlem. Quando i tagli del governo lasciano il progetto senza fondi, Roberta non si arrende e si dedica alla ricerca di aiuti privati, riuscendo a portare i suoi ragazzini alla Carnegie Hall. Passato a Venezia nel 1999, La musica del cuore è diretto da uno dei maestri dell’horror contemporaneo, Wes Craven. Si piange senza vergogna, e soprattutto si ha l’occasione per ammirare una Meryl Streep al suo meglio. Due nomination agli Oscar (Miglior Attrice Protagonista e Miglior Canzone).

Sorveglianza…speciale

Chris (Dreyfuss) e Bill (Estevez), due poliziotti di Seattle, vengono incaricati di sorvegliare la casa di Maria, l’ex fidanzata di un pericoloso evaso. Il primo, conosciuta casualmente la ragazza, finisce per innamorarsene. Divertente commedia-gialla, con uno scatenato Richard Dreyfuss in una delle sue migliori interpretazioni. Grande merito anche al regista John Badham (La febbre del sabato sera) che riesce abilmente a mescolare la commedia con il thriller. Commerciale, ma praticamente perfetto. (andrea tagliacozzo)

Angeli ribelli

Che dire di un film come questo, così piacevole, così scorrevole, e commovente e umano, nonostante l’argomento ostico e sgradevole? È la domanda che mi sono posta, un po’ ritardo, passata l’onda del gradimento epidermico che la visione ha suscitato. È curiosa questa sensazione, che è soprattutto la spia della furbizia consolatoria (altri avrebbero detto Kitsch) del regista e produttore. Dunque, il film – sulla strada dell’iperpremiato The Magdalene Sisters che raccontava delle violenze inflitte a ragazze «perdute o in via di perdizione» detenute in una sorta di riformatorio tenuto da suore cattoliche – affronta il tema di un collegio-riformatorio cattolico per adolescenti difficili avviati a una vita di piccola o grande delinquenza a causa della miseria e dell’ambiente familiare degradato. Tra punizioni efferate, preghiere interminabili e confessioni, i ragazzi imparavano soprattutto l’arte di come sopravvivere e ingannare, non molto dissimile a quello che già praticavano fuori, considerati non come persone ma come oggetti molesti o pericolosi. Il film, che si rifà a documenti veri, è ambientato nell’Irlanda della fine degli anni Trenta, poco prima dello scoppio della guerra mondiale. Qui, in questo collegio cupo e fetido, capita un giovane professore, laico, l’unico, in un consesso di sacerdoti.
L’insegnante ha alle spalle un’esperienza tragica; come molti intellettuali del periodo (e ricordo Orwell e Auden) ha partecipato alla guerra civile spagnola e la ragazza amata gli viene uccisa dai falangisti di Franco. L’episodio ci viene riferito durante tutto il film attraverso flashback che spiegano e il fondo melanconico dell’uomo e la sua ideologia umanistica. Il fatto che lui tratti i ragazzi con rispetto, dando loro del lei, cercando di insegnare a leggere e perfino a capire la poesia, rifiutando di punirli con punizioni corporali rivoluziona il tradizionale sistema del collegio, sadicamente guidato da un feroce sacerdote, padre John. Naturalmente il bene trionfa, anche se l’allievo più promettente e amato finirà ucciso dal sadico prete, con tanto di bava alla bocca.
Quindi, c’è la comunità degli adolescenti «senza collare» apparentemente ribelli ma in realtà pronti a un recupero angelico addirittura strabiliante, c’è l’insegnante di sinistra tutto poesia e amore, e ci sono i preti, equamente rapppresentati, un sadico esemplare, un pedofilo imprudente, un preside bonaccione e un vecchio rincoglionito. In questa prudente equazione, in questa distribuzione equamine dei ruoli, oltre che nel finale un po’ da sit-com c’è la debolezza di un film che, mentre espone gli orrori di un’«educazione» repressiva e da religione fondamentalista, la riduce a comportamento di poche mele marce che la volontà umanamente pedagogica di un professorino, armato di Shakespeare e di Neruda, basta a estirpare. Fuori testo veniamo a sapere che l’insegnante morirà pochi anni dopo in guerra e che il collegio fu chiuso alla fine degli anni Quaranta. (piero gelli)

Occhi nelle tenebre

Ha visto davvero l’assassino? È questa la domanda attorno a cui ruota la vicenda, che vede protagonista una bella (e brava) musicista (Stowe), cieca fin da quando era bambina: ora riesce a vedere di nuovo grazie alla chirurgia, ma è possibile che, come reazione all’intervento, la donna sperimenti episodi di “retro-visione”? La nota più positiva di questo film è la performance della Stowe, l’idea della cieca-in-pericolo invece è abbondantemente già vista. Breve apparizione per The Drovers, gruppo musicale irlandese-americano. 

Vento di passioni

Saga famigliare di tre fratelli cresciuti nel Montana e del loro padre, un ufficiale che ha lasciato l’esercito a causa dei massacri degli indiani. Storia appesantita da rivalità, sguardi carichi di sentimenti e di contrasti appassionati. Gli attori non sono al massimo delle loro capacità, tranne Thomas nel ruolo del fratello minore. Tratto da un racconto di Jim Harrison. Oscar alla fotografia di John Toll.

Mission

Kolossal intelligente, fumettone storico-politico da Hollywood d’altri tempi. A Cannes batté con scandalo il Tarkovskij rigorosissimo di
Sacrificio
. Joffé ha poi dimostrato ampiamente di non essere un grande regista, ma qui è coadiuvato da una storia bellissima e vera: nel XVIII secolo i gesuiti del Guaranì costruiscono, in armonia con gli indigeni, una comunità di impronta quasi comunistica, spazzata via da giochi di politica internazionale. La bella sceneggiatura di Robert Bolt, quello di
Un uomo per tutte le stagioni
, è perfettamente funzionante (a parte qualche indugio iniziale su una storia d’amore abbastanza insensata) e c’è l’accoppiata magica tra i set amazzonici fotografati da Chris Menges (Oscar) e una delle partiture più «morriconiane» che Morricone abbia mai composto. Ma basterebbe già il duello tra il sacerdote militante De Niro e il puro Jeremy Irons, tutti e due di grande misura nell’eccesso. Spettacolo di qualità eccelsa, e in fondo di una certa sincerità: nel finale ci si indigna e si piange senza vergogna.
(emiliano morreale)