Giallo

Torino. Un tassista dal volto deforme (Brody) sequestra modelle, le mutila e le uccide. L’unica idea del film è far interpretare poliziotto e assassino dallo stesso attore, che nella seconda parte si nasconde dietro lo pseudonimo-anagrama di Byron Dedra. Peccato che Brody, anche co-produttore, sia ridicolo sotto il mascherone grottesco e giallognolo che è costretto a portare, dato che il titolo (demenzialità o autoparodia?) si riferisce non solo al genere cinematografico ma anche all’itterizia che affligge il personaggio. Argento, con una sceneggiatura che sta su un foglietto, cerca di rinnovare i fasti del suo cinema passato, nella città che gli è più cara. Per i primi 5 minuti ci si crede anche. Poi è il vuoto condito con ammiccamenti al torture porn, al di sotto dei telefilm della serie Masters of Horror.

S.O.S.-Summer of Sam

Estate 1977, la più calda del secolo a New York. Amori, odi e intolleranze si intrecciano nella comunità italoamericana di Brooklyn, mentre in zona un killer psicopatico fa strage di donne con una 44 magnum.

Dopo un breve entusiasmo e un momento di fortuna modaiola (entrambi conclusi con Malcolm X), Spike Lee sembra caduto in disgrazia agli occhi del pubblico e della critica. A volte non senza qualche ragione, ma non nel caso di
Summer of Sam
, sorta di ambizioso riepilogo dell’intera opera del regista. Più barocco del solito, con forse troppa carne al fuoco (serial killer e italoamericani, discomusic e blackout/apocalisse: c’è materiale per altri dieci film),
S.O.S.
sposta l’attenzione dai neri agli italiani, ma la protagonista rimane sempre la Grande Città, con intenti che – ormai da qualche tempo – sono più storici che politici.

Non tutto funziona, il lato macabro è forse compiaciuto, ma la galleria di strampalati personaggi, le musiche d’annata, i colori contrastatissimi fortificano gli intenti visionari del regista. Un film vero, tra molti film di plastica: al moralismo letterario ed estenuato di
Magnolia
preferiamo la carne e il sangue di Lee (o dell’ultimo Scorsese).
(emiliano morreale)

Solo

Solo è un androide che ha una crisi di coscienza quando disobbedisce a un ordine che avrebbe causato la morte di molti innocenti. Questo lo mette in rotta di collisione con i suoi creatori, in particolare un sadico colonnello. Ordinario action movie per fan del genere senza troppe pretese. Van Peebles è in realtà piuttosto affascinante nel ruolo del protagonista. Super 35.

Splice

Clive (Adrien Brody) ed Elsa (Sarah Polley) sono due giovani e ambiziosi scienziati. Segretamente decidono di mescolare DNA umano e animale: il risultato è qualcosa di straordinario, un ibrido, una chimera chiamata DREN; dopo poco tempo quella che sembrava essere una scoperta in grado di rivoluzionare il mondo della scienza si rivelerà il più grande errore mai commesso.

Midnight in Paris

Midnight in Paris

mame cinema MIDNIGHT IN PARIS DI WOODY ALLEN - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Una coppia di americani in vacanza a Parigi: lei, Inez (Rachel McAdams) vuole una vita e un matrimonio stabile e convenzionale, mentre lui, Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore di successo che però vorrebbe diventare uno scrittore. Da qui si mettono in moto le vicende di Midnight in Paris, un film che riscopre l’antico fascino della capitale parigina. Il personaggio di Gil si ritrova a passeggiare a mezzanotte per le strade parigine e sale su una bella vettura d’epoca, venendo così trasportato magicamente indietro nel tempo. Incontra quindi gli esponenti della cosiddetta Generazione Perduta”, su cui ha sempre avuto fantasie. Cole Porter (Yves Heck), Ernest Hemingway (Corey Stoll), Salvador Dalì (Adrien Brody), Francis Scott (Tom Hiddleston) e Zelda Fitzgerald (Alison Pill) chiacchierano con lui di idee e teorie culturali. E l’affascinante compagna di Pablo Picasso, Adriana (Marion Cotillard), condivide con Gil il suo amore per Parigi. E non solo.

Ma cosa farà Gil? Accetterà di tornare alla sua vita di sempre, lasciando il sogno di scrivere un romanzo nel cassetto? Oppure la sua surreale esperienza parigina cambierà per sempre le sue priorità e il suo modo di vedere il mondo?

Curiosità

mame cinema MIDNIGHT IN PARIS DI WOODY ALLEN - STASERA IN TV fitzgerald
Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda
  • Fa parte del cast anche Carla Bruni, nel ruolo della guida di un museo. Compare persino l’attrice francese Léa Seydoux.
  • L’anteprima mondiale del film è avvenuta l’11 maggio 2011, quando è stato proposto come film d’apertura del Festival di Cannes.
  • In Italia, la pellicola è stata distribuita il 2 dicembre dello stesso anno dalla Medusa Film, sbancando il botteghino. Midnight in Paris, infatti, è il film di Woody Allen che ha ottenuto gli incassi più elevati nella penisola.
  • Il film ha vinto un premio Oscar e un Golden Globe nel 2012 rispettivamente per la Miglior sceneggiatura originale e Miglior sceneggiatura.

Hollywoodland

Il primo interprete cinematografico di Superman negli anni Cinquanta, George Reeves, viene trovato morto. Si pensa al suicidio ma il detective Louis Simo vuole vederci chiaro e approfondisce le indagini. Coppa Volpi per l’interpretazione di Ben Affleck alla 63a Edizione del Festival del Cinema di Venezia.

Predators

Un eterogeneo gruppo di umani, per lo più ex militari, killer mercenari, carcerati, viene rapito e portato in un pianeta alieno a fare da prede per delle creature mostruose… Riusciranno a sopravvivere?

Scritto da Alex Litvak e Michael Finch e prodotto da Robert Rodriguez, il quinto film della serie iniziata con Predator si pone in realtà sia come “reboot” (ovvero ripartenza aggiornata degli eventi) sia come possibile sequel del protoripo, ignorando gli eventi di Predator 2. E sembra riecheggiare Aliens – Scontro finale di James Cameron, anche per lo scontato tema del melting pot. Ma mancano efficacia visiva e sorprese e dopo mezz’ora arrancano acnhe gli spettatori meglio disposti. Modestissimi gli incassi.

Il pianista

Wladyslaw Szpilman è uno dei pianisti polacchi più promettenti. Suona sempre alla radio di Varsavia e in città è piuttosto conosciuto. Nel 1939, però, le leggi degli invasori nazisti contro gli ebrei stravolgono la sua vita. Prima è costretto a vendere il pianoforte, poi a trasferirsi nel ghetto e poi alla deportazione. Sta per salire sul treno che lo porterà nel campo di concentramento, quando un caso fortuito gli salva la vita. Szpilman è costretto a vagare per la città, prima lavora come muratore per i tedeschi nel ghetto, poi viene fatto scappare da amici polacchi. Nascosto in appartamenti di esponenti della resistenza, combatte contro la fame, la solitudine e la paura. Non ha più il pianoforte a dargli conforto, ma se chiude gli occhi la musica riecheggia nei suoi pensieri e tra le sue dita. I russi sono alle porte di Varsavia, i polacchi insorgono e i tedeschi stringono la morsa. Scappa tra le vie di una città diroccata, si rifugia in una villa abbandonata, ma dopo pochi giorni quella casa diventerà l’ultimo quartier generale tedesco. Il capitano nazista lo scopre, lo fa suonare e lo salva. Una storia vera, quella di Wladyslaw Szpilman, morto all’età di 88 anni nel 2000 dopo aver scritto un libro,

Il pianista
appunto, da cui Polanski ha realizzato questo bel film che si è aggiudicato la Plama d’Oro all’ultimo Festival del Cinema di Cannes. Una pellicola per non dimenticare, di una poesia e di un realismo struggenti, realizzato con un ritmo incalzante. La sceneggiatura e i dialoghi, per fortuna, non si perdono in facile retorica. Le scene e l’ambientazione, in tutta la loro crudezza, lasciano a bocca aperta. Incredibile la fotografia e da applauso Adrien Brody nel ruolo di Szpilman. Insomma, un bel film da andare a vedere.
(andrea amato)

Cadillac Records

Cadillac Records racconta l’ascesa della Chess Records e dei suoi artisti musicali. La storia di come il blues è diventato popolare e ha dato vita al rock and roll inizia in uno squallido bar nel turbolento quartiere di South Side a Chicago nel 1947, dove un ambizioso giovane immigrato polacco, il proprietario del bar Leonard Chess (Adrien Brody), assume un gruppo blues di talento ma indisciplinato, che comprende il tranquillo e pensieroso prodigio della chitarra Muddy Waters (Jeffrey Wright) e l’impulsivo e pittoresco suonatore di armonica Little Walter (Columbus Short).

Affascinato dal suono di questa musica e desideroso di sfruttare la crescente industria discografica, Chess pianifica una sessione di registrazione per Waters. I primi dischi di questo artista iniziano a scalare le classifiche R&B e a passare spesso alla radio. Chess tratta i suoi musicisti come se fossero una famiglia, comprando loro una Cadillac quando registrano il loro primo successo, ma talvolta il confine tra affari e rapporti personali causa dei problemi con la sua schiera di artisti in costante crescita.

King Kong

Carl Denham (Jack Black), regista visionario e personalità ruspante, salpa con troupe al seguito, per l’isola del Teschio, luogo misterioso e di dubbia esistenza. È ossessionato dall’idea di girarvi un documentario. Con lui si trovano anche lo sceneggiatore John Driscoll (Adrien Brody) e la bella attrice Ann Darrow (Naomi Watts). Quest’ultima, una volta giunti sull’isola viene rapita dagli indigeni e offerta in voto a re Kong, un gigantesco gorilla di otto metri, che la porta via e se ne invaghisce. Durante la loro convivenza forzata, Kong la difende da alcuni mostri preistorici e la bella attrice impara a conoscere che il mostro non è tale. Così, quando l’equipaggio riesce a stordire lo scimmione per portarlo a New York come attrazione pubblica, Ann cercherà inutilmente di opporsi. Durante l’esposizione Kong spezza le catene e fugge dal teatro seminando il panico a Manhattan. Si rifugerà sopra l’Empire State Building: lì avverrà la battaglia conclusiva contro gli aeroplani da combattimento inviati ad abbatterlo. Remake a distanza di oltre settant’anni dall’originale di Cooper e Schoedsack, che ha fatto la storia del cinema. Lo sforzo produttivo è imponente, come si conviene per una pellicola del maestro dei kolossal contemporanei, Peter Jackson, autore della trilogia de Il Signore degli Anelli. È il sesto film più costoso della storia del cinema, soldi spesi in prevalenza per l’animazione digitale: la ricostruzione della New York anni Trenta e dei vari mostri disseminati nel film è impressionante. Dietro le movenze dello scimmione si celano il corpo e il volto dell’attore Andy Serkis, che evidenzia del bestione il lato selvaggio e quello umano attraverso la tecnica del motion capture. 

Durante le tre ore del film si alternano molti dei generi antichi e attuali che hanno fatto la fortuna di Hollywood: la commedia brillante all’inizio, sequenze d’azione e di tensione come ossatura del film e diverse scene drammatiche a impreziosire la pellicola, soprattutto verso il finale. Così la dilatazione della durata a quasi il doppio rispetto all’originale del 1933 è giustificata e l’attenzione non cala quasi mai. L’intero film, trattandosi di un remake di una pellicola così nota, assomiglia decisamente a un imponente esercizio di stile. Ma che stile! Vi si ritrova tutto il potenziale immaginifico della Hollywood classica, mescolato con l’epica visiva di quella contemporanea. Hollywood non è morta perché, al di là delle tradizionali e comprensibili critiche che le si muovono, è in grado a distanza di settant’anni di realizzare film come questo, che svelano l’uniformità storica dello spirito di quest’industria. A Hollywood hanno sempre saputo come fare cinema d’intrattenimento. Si può discuterne finché si vuole, ma la competenza industriale degli studios californiani – più che la loro sensibilità artistica – è perfettamente intatta.
Un applauso va agli attori, che recitano bene e in condizioni non facili: quasi mai si trovano davanti la realtà che sarà poi rappresentata sullo schermo: King Kong è Serkis con dei sensori addosso; il mare la foresta, la New York anni Trenta sono dei teatri di posa o addirittura spazi vuoti in attesa della realizzazione digitale. Ma l’applauso più grande torna indietro all’originale del 1933: è merito di quel soggetto se ancora oggi possiamo vedere concentrati tanti grandi temi dell’immaginario contemporaneo nel remake di Jackson. Lo scontro fra natura e civiltà, l’amore (e l’erotismo!) impossibili, la riflessione sulla macchina schiacciatutto dello spettacolo.
Tanti ingredienti dosati bene. Un film che va visto, anche solo per parlarne, a meno che non si sia gravemente insofferenti verso Hollywood. In questo caso è meglio rivolgersi alle cineteche d’essai, dove si respira un’altra aria. Ma la fusione fra uno dei grandi classici di sempre e l’occhio di uno dei grandi registi della visionarietà contemporanea frequenta la mitologia del cinema. Almeno di quello prodotto in catena di montaggio. (stefano plateo)

Manolete

Il film racconta uno spaccato della vita di Manuel Rodríguez, meglio conosciuto come Manolete, il noto torero. Qui viene rappresentata la parte della sua vita che lo vede condividere con l’altrettanto famosa attrice Lupe Sino, una relazione clandestina che sconvolse la Spagna…

The Jacket

Jack Starks è un veterano della Prima Guerra del Golfo, sofferente di un’amnesia post-traumatica per una ferita subita nel conflitto. Accusato ingiustamente di omicidio, viene chiuso in una clinica psichiatrica in cui subisce una cura drastica e sperimentale: imbottito di droghe e infilato in un loculo, l’uomo comincia ad avere allucinazioni e a frequentare una dimensione spazio-temporale distorta, nella quale si muove tra passato e futuro ricostruendo ciò che è stato e cercando di evitare ciò che sarà: la propria morte che dovrebbe avvenire di lì a qualche giorno. Nel futuro conoscerà Jackie, ragazza bella e tormentata in cerca di un riscatto: le sorti dei due sono inestricabilmente connesse.

Di viaggi nel tempo al cinema se ne sono visti tanti e spesso non particolarmente riusciti. E altrettante tetre cliniche psichiatriche e innocenti ingiustamente condannati e storie d’amore fra grandi star. Ma questa è Hollywood. Piuttosto è meno frequente vedere tutti questi ingredienti miscelati nello stesso film. E vedere il naso tagliente ed espressivo di Adrien Brody campeggiare in una scena hollywoodiana al posto di quello più bello e gentile del solito Keanu Reeves o di un Brad Pitt qualsiasi.

The Jacket
rispecchia nel risultato la sua genesi produttiva: una telefonata dei super-produttori Soderbergh e Clooney all’indipendente John Maybury. L’opportunità ha solleticato il regista, pur consapevole di non avere completa libertà d’azione. Di Maybury (già autore dell’apprezzato
Love Is The Devil
) il film conserva comunque la decisa efficacia visiva: le atmosfere allucinate e i trip mentali di Jack inquietano. Il merito in realtà va spartito con Peter Deming, direttore della fotografia, già collaboratore di Lynch, e con la computer graphic.

La storia non risolve il nodo centrale: i viaggi nel tempo di Jack sono in qualche modo reali, oppure restano semplici fantasie? Ma Maybury non è interessato a dare risposte, né tanto meno a proporre speculazioni metafisiche: il regista non è un filosofo ma un buon narratore con un notevole gusto visivo. La mescolanza dei generi – il thriller, la fantascienza, la storia d’amore – produce un buon amalgama che salva il film dal rischio di essere bollato come l’ennesimo prodotto di genere, svolto secondo il consueto plot preconfezionato. Una certa originalità c’è, anche se non si nota molto. Corredano la pellicola le atmosfere livide e il dignitoso spessore dei personaggi.

Adrien Brody, dopo la grandiosa interpretazione de
Il pianista
di Polanski, ha ancora una volta la faccia giusta. Il suo volto è credibile almeno quanto la drammaticità della sua interpretazione. Maybury, proveniente da esperienza diverse da quelle del cinema istituzionale, lo ha voluto fortemente ed è stata una scelta che vale quasi il cinquanta per cento del film. A Hollywood dovrebbero fare qualche riflessione. Emblematica in questo senso è anche la scelta della co-protagonista, Keira Knightley, impegnata a essere più bella che brava. In realtà la giovane attrice, reduce prevalentemente da film di cassetta come
La maledizione della prima luna
, non sfigura nelle vesti della spinosa e fragile Jackie. Ma si spoglia giusto in tempo per il trailer e lascia dubbi sulle motivazioni della sua scelta (non a caso non era l’opzione preferita da Maybury). Attorno ai protagonisti ruotano volti ed espressioni sempre azzeccati, dal dottor Becker (Kris Kristofferson), alla dottoressa Lorenson (Jennifer Jason Leigh), agli altri comprimari.

La ditta Soderbergh – Clooney ha, insomma, sfornato un altro prodotto doc, con tutte le caratteristiche a posto per rientrare nel solco «buon coinvolgimento – rapida obsolescenza» che contraddistingue di solito le loro collaborazioni (vedi
Ocean’s Eleven
). La storia del cinema non la si fa in questo modo, ma due ore accattivanti (e un po’ di soldini) sì. Se vi trovate un pomeriggio di questi senza sapere cosa fare – e non frequentate abitualmente Kurosawa – investire qualche euro in The Jacket può non essere una cattiva idea.
(stefano plateo)

Il treno per il Darjeeling

In seguito alla morte del padre, tre fratelli americani che non si parlano da tempo partono per un viaggio in treno attraverso l’India, alla ricerca di se stessi e del loro legame perduto. All’improvviso, però, la loro “ricerca spirituale” prende una piega diversa e incontrollabile e si ritrovano sbattuti nel bel mezzo di un deserto con undici valigie, una stampante e una macchina. A questo punto inizia un nuovo e inaspettato viaggio.

Bad Boy Story – Il ragazzo che gridava

Dramma che vede protagonista un dodicenne (Cross) violento e psicotico, alle prese con la madre assente e con i poco abili psichiatri che lo hanno in cura. Un ottimo prodotto, che si avvale di grandi performance del cast, ma attenzione: è estremamente duro e intriso di cinismo.

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)

Bread and Roses

La giovane e disinvolta Maya raggiunge a Los Angeles la sorella Rosa che lavora per una grossa società di pulizie. La situazione è ben lontana dalle sue aspettative: i lavoratori sono mal pagati, precari e sottoposti a continue intimidazioni. L’infiltrazione di un giovane sindacalista partorisce il primo sciopero e l’inizio di una lotta per migliori condizioni di lavoro. Ma non tutto fila liscio: tradimenti, ambizioni piccolo-borghesi, sacrifici femminili punteggiano il racconto, che si chiude con uno scacco pieno di speranze. Il solo merito dell’ultimo film di Loach è quello di ricordarci che, all’epoca della globalizzazione e della new economy, il proletariato esiste ancora. Ma siamo sicuri che sia una rivelazione così controcorrente? Non sono più gli anni Ottanta, quando l’abolizione del proletariato (industriale e occidentale) era al centro dell’offensiva anche culturale del capitale, che aveva bisogno di de-territorializzare le produzioni, spazzando via ogni residuo di cultura operaia. Oggi gli operai sono chiusi in angusti stabilimenti coreani o entrano fuori orario nei nostri uffici per fare le pulizie. Possiamo anche permetterceli, tanto non danno troppo fastidio: non sono nostri parenti, non vanno a scuola con i nostri figli, non parlano neppure la nostra lingua. Insomma, sono diventati abbastanza astratti da sopportare agevolmente le nostre strategie di affabulazione. E questo è ciò che – più o meno consapevolmente – fa Ken Loach con i pulitori di Los Angeles. Il risultato è impressionante: lontano dai suoi riferimenti abituali (con i muratori di
Piovono pietre
, Loach condivideva almeno il piacere di una birra e il tifo per una squadra di calcio), il regista giostra con evidente imbarazzo un gruppo di personaggi ridotti a figurine bidimensionali, senza carne e senza sangue; sembra impossibile che lo stesso autore capace di consegnarci lo straziante ritratto di
Ladybird Ladybird
abbia potuto concepire una coppia di donne convenzionale come quella formata da Maya e Rosa. Anche la scena madre, in cui la maggiore confessa gli abusi subiti, non vale per partecipazione e afflato un qualsiasi mélo messicano. Ma il peggio lo si tocca con Sam, borghese politicizzato e artefice dello sciopero dei pulitori: personaggio antipatico come pochi, sembrerebbe destinato a vedere smascherate le proprie ambiguità da un momento all’altro, come accadeva ai molti benintenzionati laburisti dei film inglesi di Loach. E invece no: è proprio lui il portavoce del regista, quello cui spetta il compito di spiegare ai poveri messicani che cos’è la coscienza di classe. Insomma, il proletariato esiste solo se te lo mostro io, sembra alla fine dirci Loach. Ma forse non abbiamo capito niente e Loach ha semplicemente confezionato una fiaba su misura per il popolo della sinistra. A ciascuno il suo film di Natale.
(luca mosso)