Pene d’amor perdute

Il divertimento comico di Shakespeare diventa un musical degli anni Trenta. Il Re di Navarra (Nivola) e tre compagni giurano di rinunciare alle donne, giusto il tempo che la figlia del re di Francia (Silverstone) arriva con tre amiche attraenti. I numeri musicali hollywoodiani sono proprio imbarazzanti a volte. Ognuno ce la mette tutta ma solo Lane ne esce illeso. Usa vecchie canzoni di Fred Astaire e Ginger Rogers, ma ricorda più Burt Reynolds e Cybill Shepherd di Finalmente arrivò l’amore. Panavision.

Born Romantic

Sei personaggi intrecciano le loro vite sullo sfondo di un clubbino londinese (chiamato, a scanso di equivoci, «Corazón») dove si balla la salsa, complice il tassista nero-angelo custode. Si formano le coppie: la curatrice tombale che fa tappezzeria va col ladro con padre arteriosclerotico a carico, la scopatrice a catena – ovviamente infelicissima e nevrotica – va col fallito che l’ha piantata dieci anni fa e se n’è pentito, la restauratrice che non crede nei sentimenti va col gestore di locali che di solito non va troppo per il sottile ma si fissa su di lei. Nulla di male nelle commedie romantiche. Nulla di male nel cinema medio inglese. Nulla di male in David Kane e nel suo film precedente (ancora in attesa di uscita)
L’amore dell’anno
. Che però, alla luce dei fatti, ora si preannuncia temibile:
Born Romantic
è infatti la summa di tutto quello che può irritare – ammesso che uno possa irritarsi per così poco – nel mare dei prodotti medi sentimental-esistenziali con vaghe pretese sociologiche, concepiti in vista della futura messa in onda nei «Bellissimi di Rete4» di tutta Europa. Ordinaria amministrazione, senonché Kane compie una serie di mosse legate non si sa se alla volontà di rimescolare le carte in tavola o al fatto che al secondo film si crede già un autore. Infatti: perché truccare e vestire Jane Horrocks come Katrin Cartlidge in
Ragazze di Leigh
? Perché far fare la bruttina a Catherine MacCormack (che invece – pare – in
L’amore dell’anno
fa la belloccia)? Non è dato sapere se Kane si sia accorto di aver sciupato le battute migliori al servizio di trovate risapute: però Muccino a confronto sembra Morrissey, e viene da rimpiangere Cameron Crowe che almeno sa caratterizzare i personaggi minori. Regia anonima, attori neanche tanto in palla, senso di inutilità complessiva che oltrepassa il limite dell’intrattenimento di servizio. Partire da
Born Romantic
per parlare della vera o supposta crisi del cinema medio pare pretestuoso, ma forse è il caso di chiedersi (pubblico e distributori) se la vitalità del prodotto industriale britannico non sia un concetto da seppellire.
(violetta bellocchio)

As You Like It

Kenneth Branagh con questo Come vi piace è alla sua quinta regìa shakespeariana, dopo Pene d’amore perdute, Amleto, Enrico V e Molto rumore per nulla. Stavolta il regista ha deciso di ambientare il suo film nel Giappone della fine del secolo XIX, motivando la scelta anche con precise ragioni storiche. A suo dire, nel Giappone fine Ottocento esistevano enclave di stranieri, che, per motivi commerciali e industriali, avevano creato piccoli feudi intorno a dei treaty ports, ovvero porti con moli per il carico di merci come seta, riso e simili. Questi europei, commercianti ma anche avventurieri, avevano finito col riproporre una sorta di vita di corte occidentale, anche se influenzata dalla cultura locale.
Confesso la mia ignoranza storica in materia, ma riferisco anche per cercare di togliere quell’impressione di estraniamento e di pastiche postmodernista che il film mi ha dato. Che, comunque rimane, nonostante questa premessa storicizzante, per nulla convincente dal punto di vista artistico. As You Like It è una delle pièce di Shakespeare più difficili da trasporre in altre ambientazioni storiche, legata com’è a quel genere pastorale-idilliaco, tipico del contesto culturale dell’epoca, in cui rappresentava per altro un genere in esaurimento.
Ora, è vero che il genio di Shakespeare è capace, all’interno di una forma letteraria, di operare qualsiasi stravolgimento, ma quel che riesce al bardo nazionale non sempre si confà all’inventiva un po’ frettolosa e pasticciona di Branagh come regista (vedi anche Molto rumore per nulla). La sua giustificazione storicizzante sa di bizzarra trovata, di elegante formalismo esotico più vicino a Mikado (Gilbert&Sullivan) che non al teatro elisabettiano. As You Like It shakespeariano è un ibrido drammaturgico tra i più complessi da mettere in scena. Nasce come cupo dramma di potere, duplice come è duplice in altre opere di Shakespeare (si pensi al King Lear): due duchi, quello cattivo ha spodestato il buono, che si è rifugiato nella foresta di Arden con i figli e un manipolo di fedeli; due fratelli, il maggiore odia il minore perché ha tutte le qualità che a lui mancano e cerca di ucciderlo; quindi anche costui si rifugia nella foresta; dove infine si ritrovano tutti, comprese le due ragazze, Rosalinda e Celia, cugine, figlie rispettivamente del duca buono e di quello cattivo.
Ben presto però la pièce, abbandona i toni tragico-conflittuali e cede alla convenzionalità pastorale: sono convenzionali come devono essere gli incontri d’amore, meno convenzionali invece la magia della foresta e l’incanto della natura, il suo peso sul dominio degli uomini; incanto sempre ambiguo e sfuggente come sottolineano acutamente in contraltare i fowls rituali, Touchstone (in traduzione: Paragone) e il melanconico Jacques (forse portavoce dell’autore). Questa seconda parte, quella della foresta, con la sua atmosfera, gli equivoci, gli incontri e i canti è indubbiamente la più bella. E anche nel film è quella che più convince, con una fantastica chiusa in chiave di musical: una danza campestre postmatrimoniale che coinvolge tutti gli attori e che la musica felicissima di Patrick Doyle (qui anche in veste attoriale come Amiens) restituisce con grande efficacia.
L’epilogo, poi, di Rosalinda (Bryce Dallas Howard) ci riporta, giustamente (“tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori” afferma Jacques, nel celebre brano delle sette età dell’uomo) nella finzione scoperta, e cioè nel set della lavorazione, tra le roulotte degli attori e i macchinari scenici.
Insomma: se il pasticcio multietnico (i nobili fratelli sono neri) e postmodernista (quei soldati giapponesi ricordano Guerre stellari) rimane un garbuglio poco probabile, la voce di Shakespeare, la bravura degli interpreti (tra cui va ricordato Brian Blessed nel doppio ruolo dei duchi, David Oyelowo come Orlando e uno straordinario Kevin Kline nella figura-perno di Jacques) e l’abilità furba di Branagh salvano lo spettacolo. (piero gelli)

Maybe Baby

Una coppia non riesce ad evere figli. Lui ci fa un film e lei si lascia incantare da un attore… Su un soggetto risaputo anzi due (la coppia felice che non può avere figli, e lo scrittore che vampirizza la vita privata per trasfonderla nell’arte), il regista e sceneggiatore Ben Elton ha tratto un film che, nella prima parte soprattutto, è garbato, intelligente e innocuo. Commedia sofisticata molto British, ha le sue cose migliori nella descrizione dei meccanismi produttivi della BBC finanziatrice di cinema (particolarmente simpatica la parodia reazionaria dei finti ribelli alla Irvine Welsh). I protagonisti, Hugh Laurie e Joely Richardson, sono carini e simpatici (lei è una Cameron Diaz più colta e muliebre, e scherza sulla somiglianza). Poi la trama ha sviluppi prevedibili, si incarta ed ha un finale tirato via. Ma gli inglesi ci sanno fare, e sanno che la sophisticated comedy è figlia del romance shakespeariano (qui vengono citati il Sogno di una notte di mezza estate e un paio di sonetti). Rowald Atkinson/Mr. Bean, che troneggia sui manifesti e nei trailer, si vede per tre minuti, fa il suo numero e va via. (emiliano morreale)