Flags of Our Fathers

Clint Eastwood racconta lo scontro tra giapponesi e statunitensi a Iwo Jima, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, battaglia tenutasi tra febbraio e marzo 1945 e di vitale e strategica importanza per la vittoria statunitense sul versante Pacifico: l’isola, insieme a Okinawa, fu una postazione fondamentale per l’esercito statunitense impegnato nei bombardamenti sul Giappone. Cinque settimane di accanita battaglia videro le truppe del generale Kuribayashi soccombere ai marine guidati dall’ammiraglio Spruance: il terribile bilancio umano fu di ventunomila caduti tra le file orientali e settemila fra quelle statunitensi (che riportò a casa anche diciannovemila feriti). Lo scontro di Iwo Jima è celebre anche per un monumento dedicato ai militari americani caduti (che in realtà ripropone a tuttotondo una fotografia di Joe Rosenthal), il Marine Corps War Memorial, nel quale sono riprodotti alcuni soldati intenti a piantare una bandiera a stelle e strisce sulla vetta del monte Suribachi (la più importante altura dell’isola di Iwo Jima).  A questo film seguirà Letters From Iwo Jima, sempre diretto da Eastwood, che racconterà la stessa vicenda dal punto di vista dei soldati giapponesi.

Windtalkers

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni indiani Navajo vengono reclutati tra le fila dei marine, impiegati dall’esercito per comunicare fra i vari reparti in codice usando la lingua nativa. A ogni Navajo è assegnato una sorta di guardia del corpo, incaricata di proteggere il codice, anche a costo, in caso di cattura da parte del nemico, di uccidere il soldato pellerossa. Sopravvissuto per miracolo a una dura battaglia nelle Isole Salomon, Joe Enders riceve l’incarico di seguire come un’ombra il soldato indiano Ben Yahzee. Dato l’incarico e i rischi che questo comporta, Joe, che si è fino a ora dimostrato un marine ligio al dovere, vorrebbe evitare di stringere amicizia con la recluta Navajo. Ma gli avvenimenti lo costringeranno a cambiare idea. Windtalkers è un brutale dramma bellico, in cui confluiscono alcuni temi cari a John Woo, primi fra tutti la vocazione più o meno consapevole all’eroismo – meno cavalleresco che in altre occasioni, venendo stavolta a mancare il rispetto per il nemico, praticamente invisibile o quasi – e l’amicizia virile. Il regista di Hong Kong aveva già affrontato il genere bellico, seppur in una prospettiva completamente diversa, in altre due occasioni: nel 1983 con Heroes Shed No Tears (il film venne poi distribuito tre anni più tardi con il titolo Sunset Warriors) e nel 1990 in uno dei suoi lavori più ispirati, l’epico Bullet in the Head. Il risultato questa volta è tutt’altro che perfetto, specialmente nella prima parte, a causa della zoppicante sceneggiatura di John Rice e Joe Batteer, pronti a mettere nel calderone ogni luogo comune del genere. Il film migliora nella seconda metà in cui Woo si concentra nel complesso rapporto tra Joe e Ben, sulle radici culturali e religiose dei Navajo (con esiti suggestivi, senza fortunatamente ricorrere a prevedibili stereotipi) e in alcune eccellenti (se non proprio memorabili) sequenze d’azione, la maggior parte delle quali d’inaudita violenza (in particolare nei corpo a corpo). Su tutto aleggia come al solito la spiritualità del regista, da sempre affascinato dal doloroso calvario (con l’inevitabile immolazione dell’eroe) di stampo prettamente cristiano. (andrea tagliacozzo)