Oltre ogni rischio

Un albergatore di Miami (interpretato da Peter Weller, il poliziotto bionico di
Robocop
) arriva a Santo Domingo per rintracciare una giovane guerrigliera che gli aveva salvato la vita anni prima, quando era un marine. Rimane invece implicato in un intrigo con uno spietato generale e con la moglie di questi (Kelly Mc Gillis), con la quale aveva avuto una relazione tempo prima. Film minore del bravo regista di
China Girl
e
New Rose Hotel
ripudiato dal suo stesso autore in seguito ad ampi tagli e manomissioni da parte della produzione.
(andrea tagliacozzo)

Ultracorpi-L’invasione continua

Steve Malone ottiene l’incarico di bonificare un deposito di prodotti tossici in una base militare dell’Alabama. Messosi in viaggio con la famiglia, si rende conto già lungo la strada che nella zona c’è qualcosa di inquietante. Giunto alla base, i suoi peggiori timori vengono gradatamente confermati.
Ultracorpi
è un Ferrara considerato generalmente (e a torto) minore. Abel ritrova l’energia da filmmaker di genere degli esordi, e grazie ai cromatismi plastici del folle Bojan Bazelli dimostra anche di essere un calligrafo d’eccezione. Il film, unico caso nella storia della fantascienza cinematografica, è all’altezza sia del capostipite siegeliano (solo gli integralisti sci-fi affermano il contrario) che della rilettura modernista che ne trasse Philip Kaufman. Prodotto su commissione, ma intimamente ferrariano, il film è un’ardita investigazione ai confini dell’umano. Straordinario poi il finale esplosivo, antonioniano, che omaggia
Zabriskie Point
. Eh già, capolavoro.
(giona a. nazzaro)

King of New York

Nella sua infausta avventura americana, Reteitalia finì col produrre anche un piccolo gioiello, una prova generale del Ferrara maggiore. Scritto come al solito da Nicholas St. John, realizzato insieme ai fidati collaboratori Bazelli e Delia, una piccola «summa» dello stile e dei temi del regista. Uscito dal carcere, un gelido e perfetto Christopher Walken torna nel giro del grande spaccio per finanziare un ospedale. Ferrara sembra affilare le armi in vista dei suoi capolavori, e l’atmosfera della metropoli – con Walken che guarda da dietro un finestrino – risente ancora di certo Scorsese. Lo spunto è persino troppo scoperto, senza la nera perdizione (e dunque la maggior potenza di riscatto) che sarà del
Cattivo tenente
; ma il contesto è già atono, metallico, postumo. Ed è soprattutto il finale a dare la misura della visione del cineasta newyorkese.
(emiliano morreale)

Occhi di serpente

Poco prima del capolavoro
Fratelli
, Abel Ferrara si abbandona a uno dei suoi affondi più narcisistici e deliranti. Al suo apparire, il film parve una di quelle «fellinate» in cui talvolta incappano i registi americani con complessi di inferiorità verso gli «autori» europei (tipo
Il mondo di Alex
di Mazursky o
All that jazz
di Bob Fosse). E in effetti le idee del film nel film, del regista cinico e dissoluto stile
Due settimane in un’altra città
, dei legami morbosi con la diva, confermerebbero quest’intuizione. Ma in realtà
Occhi di serpente
ha lo stesso fascino scomposto di una pellicola ancora più nichilista di qualche anno dopo,
Blackout
. Ferrara rischia davvero, e il suo è comunque purissimo cinema della crudeltà; la confusione tra arte e vita è decadente quanto si vuole, ma fa star male sul serio. Apprezzabile il coraggio con cui Madonna si è fatta martoriare dal regista.
(emiliano morreale)

Il cattivo tenente

In pericolo di vita per un debito di gioco che non riesce a onorare, un poliziotto corrotto, maniaco e vizioso si mette in testa di ritrovare i violentatori di una suora. Il film che rivela Abel Ferrara come «autore». Controverso, a tratti compiaciuto, esplicito. Un film che è stato amato e odiato, il più «ferrariano» dei lavori di Ferrara. Tuttavia, innegabilmente, un’opera di grande potenza. Certo, il maledettismo metropolitano sfiora quasi la maniera, il binomio sesso-violenza è frequentato con compiacimento, ma l’indagine crudele sul corpo di Harvey Keitel è da underground d’altri tempi, e il cattolicesimo forsennato dell’autore è portato a limiti che forse solo il finale di
Blackout
o l’orgia di
Addiction
supereranno. Un finale di sacrificio altissimo e composto, che innalza Ferrara – per chi non lo avesse ancora capito – tra i grandi del cinema contemporaneo.
(emiliano morreale)

Mary

Un regista e attore di Hollywood (Matthew Modine), abituato a sguazzare nello
star system,
gira in Terra Santa un film sulla passione di Gesù, intitolato
This is my blood
(Questo è il mio sangue). L’attrice che interpreta Maria Maddalena (Juliette Binoche) subisce una profonda crisi religiosa e decide di non lasciare Gerusalemme per continuare la sua personale ricerca nella fede. Finirà però per sperimentare anche le drammatiche contraddizioni della lotta che oppone israeliani e palestinesi. Intanto, oltre Oceano, un telegiornalista (Forest Whitaker) che conduce un seguito programma su questioni teologiche, è pronto a tutto pur di avere in trasmissione il regista e l’attrice. Per farlo è costretto a trascurare la moglie (Heather Graham) in attesa del primo figlio, arrivando fino al tradimento.

Non si può ignorare questo film di Abel Ferrara, passato in concorso a Venezia nel 2005 e premiato dalla critica. Ma non lo si può neanche amare, per la supponenza con la quale il regista – (ri)trapiantato da tempo in Italia – pretende di: a) muovere una critica neanche tanto velata alla gibsoniana e papalina

Passione di Cristo;
b) rappresentare la forza connaturata alla ricerca genuina della fede; c) rivalutare il ruolo biblico della Maddalena recuperandone l’immagine di «tredicesimo apostolo» contenuta nei vangeli apocrifi; d) mostrare l’abisso di abiezione in cui cade l’uomo quando: d1) nega a se stesso la fede o quando (d2) un insieme di uomini, un intero popolo, negano giustizia a un altro popolo, mantenendo inalterato il loro credo in un Dio che considerano infallibile giusto e compassionevole; e) lanciare uno strale contro l’onnivora industria cinematografica. Non che in questo coacervo di questioni sensibilissime non si colgano lampi di cinema di adamantina purezza; non che la prestazione del trio di attori principali non valga di per sé una visione. Ma l’insieme risulta opprimente e a tratti gotico, lasciando lo spettatore un po’ sgomento. Né turbato, né edificato.
(enzo fragassi)

New Rose Hotel

A Tokyo c’è un gangster che assolda una prostituta italiana (Asia Argento) per sedurre un ingegnere genetico. Ma se ne innamora e… Dopo un capolavoro come
Fratelli
e un’operazione incerta ma a tratti folgorante come
Blackout
, Ferrara sconcertò tutti con questo film di fantascienza da camera tratto da William Gibson, tutto teorico, mentale e a tratti incomprensibile. Con certe atmosfere alla Alphaville, ma lavorando con il montaggio come un artista sperimentale, Ferrara costruisce una specie di film-truffa, con la storia che si arena, non va da nessuna parte, ricomincia uguale. Chi scrive l’ha visto una sola volta e ne porta un ricordo atterrito, oltre all’immagine di una Asia Argento molto hard. I fan si sono divisi: c’è chi lo giudica una bufala e chi il capolavoro estremo del regista. Chissà. Comunque, meglio le visioni di Ferrara che quelle di don Wim Wenders.
(emiliano morreale)