Tutta colpa di Voltaire

Una Parigi globalizzata, il sogno di un tunisino che cerca fortuna, l’emarginazione e i sogni irrealizzati. Questi sono gli ingredienti principali di
Tutta colpa di Voltaire
, premio Opera Prima alla cinquantesettesima Mostra Internazional d’Arte Cinematografica di Venezia. Jallel approda in Francia senza permesso di soggiorno, si spaccia algerino e chiede asilo politico. Va a vivere in un ostello di accoglienza dove scopre un mondo di solidarietà e amicizia tra emarginati. Scopre l’amore, lo perde e poi ne ritrova un altro. I suoi sogni si infrangono in un metrò, fermato dai poliziotti mentre vende rose. Verrà rimpatriato. Il primo tempo sicuramente supera il secondo, per ritmo, tensione e idee. Si perde un po’ per strada, ma il film c’è, i messaggi anche e la poesia non manca. Da ricordare la battuta del protagonista: «A Parigi c’è tanta gente diversa. Ogni volta che cammino mi sembra di viaggiare». Se non è globalizzazione questa…
(andrea amato)

La schivata

La giovane e bella Lydia ha appena ritirato il vestito nuovo per la recita scolastica. Abbigliata come una principessa del Settecento gira per le strade di una grigia periferia parigina in cerca di ammirazione e conferme. Abbagliato e disorientato, Krimo, un compagno di scuola, la accompagna e la guarda provare
Il gioco del caso e dell’amore
di Marivaux insieme ad altri compagni. Cerca allora di avvicinarsi a Lydia ottenendo la parte di Arlecchino nella commedia e si affaccia così all’amore. Lungo l’incerto percorso che il giovane segue cercando di conquistare la ragazza incontrerà molti personaggi spiazzati quanto lui. La realtà esterna, fatta di difficoltà e degrado, sembra sospesa e sospinta fuori dalla scena. Proprio come succede nei mondi incantati creati dal teatro.

Kechiche disvela vitalità e poesia delle banlieux parigine. Lo scenario disagiato e complesso, lo stereotipo dei quartieri problematici e percorsi dalla malavita gli interessano solo al fine di raccontarne l’altra faccia, quella di cui telegiornali e inchieste si scordano. In mezzo al grigiore dei casermoni di periferia si muove un’umanità che ha passioni normali, come quelle di un gruppo di ragazzini dai contorni psicologici vivaci e sorprendentemente credibili.

Sceneggiatura e attori permettono a ognuno dei personaggi di questo film corale di far emergere una psicologia complessa e sfaccettata. La sceneggiatura, mentre ricopre l’intera pellicola delle parole confuse, urlate e a volte inutili degli adolescenti, mostra il dritto e il rovescio di ogni personalità: l’inerzia assieme alla tenacia, la civetteria accompagnata dal dubbio, la violenza insieme all’affetto. E gli attori sono davvero sorprendenti, tutti giovani non professionisti selezionati all’interno della realtà che il film si accingeva a raccontare. L’inquietudine (adolescenziale prima che di origine sociale) che mettono in scena assomiglia tantissimo a quella delle loro vite.

Questo atteggiamento «verista» rischia però di diventare un limite. Nella sua parte iniziale, infatti, il film colpisce, interessa, ma fatica ad emozionare: l’umanità che viene descritta con tanta verosimiglianza è così lontana da noi e la messa in scena tanto attendibile da stimolare l’atteggiamento della curiosità piuttosto che quello dell’empatia. Ma una volta familiarizzato con questo mondo, le intense e fragili relazioni raccontate finiscono per coinvolgere lo spettatore.

Il regista riflette, con grazia e verità insieme, sulle possibilità di un’emancipazione umana e sentimentale dalle realtà disagiate. La risposta potrebbe stare nel teatro e nella fantasia che esso accende. Ma non c’è militanza in tutto questo, solo una partecipazione franca e affettuosa verso i palpiti di persone normali all’interno di un contesto anormale.
(stefano plateo)