Thirteen Days

Un velivolo da ricognizione americano scopre che sull’isola di Cuba alcuni supervisori militari sovietici stanno seguendo l’installazione di rampe missilistiche. Convocato dal presidente Kennedy, il consigliere particolare Kenneth O’Donnell diventa il testimone privilegiato di un terrificante braccio di ferro tra Usa e Urss. Una crisi lunga tredici terribili giorni, che spinge il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale.

Tra i tanti registi che avrebbero dovuto dirigere
Thirteen Days
si sono avvicendati anche Francis Ford Coppola e Phil Alden Robinson, i quali però (per le motivazioni più disparate) si sono ritirati dal film. L’unico a non fare mai marcia indietro è stato Kevin Costner, il nome sul quale è stata in pratica eretta l’intera operazione. Solo Costner ha sempre creduto fermamente nel progetto, al punto da coinvolgersi anche come produttore. In cabina di regia, dopo le numerose defezioni illustri, viene chiamato l’anonimo Roger Donaldson, la cui unica pellicola veramente degna di nota è stata (tanto tempo fa)
Senza via di scampo
, un thriller politico-paranoico guarda caso interpretato proprio da Costner. Il fatto che
Thirteen Days
risulti migliore persino di
Senza via di scampo
conferma ciò che dovrebbe essere lapalissiano e che invece sembra non esserlo affatto: Costner è da sempre l’autore dei suoi film anche quando non li dirige, tant’è vero che si tratta dell’unico interprete americano che pratichi veramente una politica attoriale a 360 gradi. Nemmeno Bruce Willis, Sylvester Stallone o Arnold Schwarzenegger sono così efficaci nel perseguire la gestione della propria immagine. Così, il personaggio di Kenny O’Donnell richiama da un lato tutti i perdenti sportivi impersonati da Costner (il pallone ovale che compare come per incanto nelle sequenze più drammatiche e nel finale) e dall’altro i grandi solitari che da
Balla coi lupi
in poi costituiscono il nocciolo della sua poetica.

Ancora una volta Costner incrocia la vita di Kennedy: basti ricordare (senza contare, ovviamente,
JFK
) che in
Un mondo perfetto
moriva un giorno prima del presidente sotto gli occhi di un Eastwood impotente, che si ritrovava così a (ri)vivere il trauma di
Nel centro del mirino
. Il film (pur essendo dichiaratamente filokennediano) si offre come un serrato thriller, girato con un ritmo piano, geometrico (diremmo settantesco), la cui intensità è data dai conflitti instaurati dai caratteri in campo. Kennedy è delineato come un personaggio ambiguo e pragmaticamente idealista, che viene opposto all’idealismo scarsamente pragmatico del fratello Bobby (d’altronde, dopo James Ellroy, a nessuno è concesso oggi di continuare a beatificare JFK). E se magari si glissa un po’ troppo sull’antecedente della Baia dei Porci, si tira invece ad altezza d’uomo sui falchi del Pentagono e della Cia che tifavano per la guerra. Ma il vero colpo d’ala del film è il pianto di Costner la mattina dopo, quando allo scadere dell’ultimatum il sole sorge ancora. Sono queste le cose che hanno fatto (e fanno) grande il cinema americano.
(giona a. nazzaro)