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The Butterfly Effect

Soggetto a frequenti vuoti di memoria, Evan Treborn ha iniziato sin da ragazzino a tenere dei diari per fissare al meglio i suoi ricordi. Ripercorrendo, ormai adulto, un episodio particolarmente traumatico della sua infanzia, scopre una tecnica che gli permette di tornare indietro nel tempo e modificare il suo passato. Scoprirà ben presto che ogni cambiamento che decide di apportare a quanto già accaduto è destinato a influenzare, e non poco, anche il suo futuro, fino a rischiare di distruggere la sua stessa vita.
«Cambia una cosa. Cambia tutto», recita il sottotitolo originale del film, tradotto in italiano in un più esplicativo «ci sono cose che non devono essere cambiate». Il «butterfly effect» di cui raccontano gli esordienti Eric Bress e J.Mackye Gruber, già sceneggiatori del mediocre Final Destination 2, è il principio, suggestivo ma indimostrabile, secondo cui un battito d’ali di farfalla può causare cataclismi a migliaia di chilometri di distanza. Applicandolo alla vita di un tormentato giovane (Ashton Kutcher, noto ai più per aver preso il posto di Bruce Willis nel cuore di Demi Moore) hanno confezionato un’opera prima potenzialmente interessante ma in realtà tutt’altro che riuscita a causa di una sceneggiatura poco convincente. Troppi buchi, troppi luoghi comuni, nonostante l’indubbio fascino esercitato dai viaggi nel tempo del protagonista, interpretato da tre attori diversi (Kutcher e due ragazzini di sette e tredici anni) a seconda del periodo in cui la scena è ambientata. Non tutto è da buttare, a partire dall’idea di partenza, ma “The Butterfly Effect” non è certo il miglior thriller psicologico prodotto negli ultimi anni dal cinema americano. Pur lontano dal capolavoro, Memento di Christopher Nolan (2000) gli è decisamente superiore. (maurizio zoja)

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