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Les terres froides

Djamel è un ragazzo di origine araba che decide di lasciare la periferia di Parigi per cambiare vita. Va a Grenoble a lavorare come magazziniere nella fabbrica di quello che crede suo padre.

Metafora un po’ troppo esibita della vendetta del «terzo mondo» sulla realtà economica della ricca Europa (il figlio, l’ospite non voluto, si vendica sodomizzando il figlio del padrone),
Les terres froides
ha però alcuni momenti di sincero lirismo, proprio quando a parlare non sono i personaggi ma le «terre fredde» in cui vivono: i paesaggi innevati della provincia nel viaggio verso Valencia, il giardino ghiacciato della villa, i momenti di riflessione solitaria del protagonista dall’alto della valle.

Anche qui, come nella maggior parte dei film della serie Gauche/Droite, la politica entra veramente poco nel discorso. A Djamel non importa granché dello sciopero cui lo spinge Isabelle: si limita ai discorsi da ostello con un povero vecchio. Il regista coglie perfettamente il ripiegamento sul personale e il distacco generale della propria generazione da sindacati e sezioni di partito.
(raffaella giancristofaro)

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