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La samaritana

Yeo-jin e Jae-young sono due quindicenni, liceali di Seul, legate da un’amicizia venata di saffica solidarietà e cementata da un segreto condiviso: per raccogliere i soldi necessari al loro viaggio in Europa, Yeo-jin organizza incontri erotici con uomini adulti, per i quali Jae-young si prostituisce. La prima è dura e disprezza gli uomini per i loro vizi; l’altra, animata da un misto d’incoscienza e bontà, e ispirandosi alla leggenda della prostituta indiana Vasumitra, che convertiva al buddismo i suoi clienti, crede di donare agli uomini del «sesso felice». Il giorno in cui Yeo-jin, che fa sempre da palo, si fa distrarre da un passante, Jae-young, scoperta in flagrante dalla polizia, preferisce buttarsi dalla finestra del motel pur di non farsi arrestare. Sconvolta per la morte dell’amata, Yeo-jin ne assume l’identità e per lavarne la macchia incontra dal primo all’ultimo tutti gli ex clienti, restituendo loro i soldi e offrendo una comprensione intima che non li fa più sentire sporchi ma sollevati dalla loro infelicità.  

Il caso vuole però che il padre, ispettore di polizia, scorga la figlia in un motel. Umiliato e incapace di parlarne con lei, l’uomo inizia a seguire tutti i clienti, impedendo che si accoppino con la figlia e malmenandoli quando se ne stanno andando. Finché la sua rabbia non lo porta a uccidere uno di questi uomini. Sarà poi la fuga, camuffata da gita sulla tomba della madre, le lacrime impotenti dell’uno per l’altra, e il mattino dopo, mentre Yeo-jin è impegnata in una lezione di guida sull’argine di un fiume, il padre si fa arrestare dai colleghi. Alla ragazza non resterà che inseguirlo, con la sua guida incerta, restando impantanata mentre lui si allontana…

Se si vuole analizzare un film di Kim Ki-duk, la storia va raccontata tutta, perché i fatti, radi, si aggrappano al vuoto e lo riempiono col loro valore metafisico. Ma sono le immagini a sottolinearne il valore, immagini che sanno scovare le emozioni segrete di certi momenti chiave e renderle stati mentali – come nei casi delle sonnolenze della figlia, o del suicidio di un suo cliente, con il cervello che cola sul selciato con sullo sfondo un tramonto su tranquilli palazzoni, o delle due amiche sedute accanto alle statue di bizzarri anziani pensosi. Come nel precedente e acclamato
Ferro 3
, in cui una metafora favolistica reggeva con la sua semplicità tutto il film, la linearità sembra essere il precetto stilistico di fondo di Kim Ki-duk. Lo conferma in questo caso la struttura tripartita: «Vasumitra», la prima parte, ovvero l’idea di dare nello scambio più intimo un barlume di felicità che annulli il mercimonio e la miseria da cui nasce; «Samaria», cioè colei che vuole aiutare un mondo di uomini che aborrono la decadenza del corpo; e «Sonata», come il pezzo di Erik Satie con cui il padre sveglia al mattino Yeo-jin e il modello della Daewoo in cui lei resta impantanata, ossia le cose di tutti i giorni testimoni inconsapevoli delle nostre tragedie. Ma stavolta il gioco allo spaesamento etico e concettuale è più scoperto: prova ne sia il titolo, che sembra alludere a una purezza salvifica, a un progetto di riscatto che si rivela impossibile, o si pensi al paradosso del padre, uomo che ha a che fare con il crimine e la violenza ma ama l’agiografia cristiana, eppure non riesce a perdonare i peccati di altri uomini della sua generazione né la sua voglia di vendicare il torto. 
Questo gioco dei contrari, questo rispetto per tutti i punti di vista in un generale affresco di solitudine, questa storia straziante narrata con una levità «innocente» anche nei momenti più sanguinolenti, sono alcuni degli aspetti che rendono il film godibile a più livelli: dallo spaesamento iniziale, sapientemente orchestrato nelle varie sequenze, si passa alla sfida intellettuale, forse l’approccio più consono a noi occidentali che cerchiamo la chiave razionale nei dilemmi etici. Ma alla fine ci si arrende di fronte a un mosaico di simboli, paradossi, allusioni che s’incastrano in un perfetto mandala di amara compassione buddista, che appena si coglie nella sua ineffabile impermanenza si dissolve e ci condanna a ricominciare a pensarci. Come facciamo nella samsara della vita…
(salvatore vitellino)

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