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La mia droga si chiama Julie

Il romanzo di Cornell Woolrich era cupo, ossessivo e misogino. Truffaut ne trae una storia d’amore come iniziazione che continuamente sfiora la morte, un film che sembra un po’ un preludio rovesciato ad
Adele H.
: «La storia di un giovane che non conosce nulla della vita e soprattutto delle porcherie della vita. Alla ricerca della donna ideale, le capita il contrario di ciò che cercava, ma l’amerà ugualmente di un amore così forte che a sua volta lei lo amerà, dopo essersene infischiata di lui per tutta la durata della storia» (Truffaut). Il regista spinge il gioco all’estremo, sottoponendo Belmondo alle prove più assurde e ribaltando gli stereotipi del film sentimentale. «Nei miei film non si dice mai “ti amo”, per me è inconcepibile», aveva affermato Truffaut poco prima, ma qui le dichiarazioni d’amore – sempre più elaborate e concettose – si sprecano, alla vana ricerca dell’oscuro oggetto del desiderio. La Deneuve è di una bellezza ed enigmaticità inattingibili. Al tutto presiedono, esplicitamente evocati, Jean Renoir e Alfred Hitchcock.
(emiliano morreale)

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