La marcia dei pinguini

Il pinguino imperatore (Aptenodytes forsteri) è l’unica specie vivente ad aver scelto l’inverno antartico per nidificare. Autolesionismo? Nient’affatto, poiché la natura l’ha dotato di un fitto piumaggio e generose scorte di grasso sottocutaneo (oltre che di dimensioni che ne fanno il gigante tra le 17 specie di pinguini che abitano l’emisfero sud: può raggiungere un metro e 20 centimetri di altezza). Il cineasta francese Luc Jacquet, accompagnato da una troupe di tecnici documentaristi, ha trascorso un anno filmando la permanenza di questi splendidi uccelli sul pack: l’arrivo delle coppie (tendenzialmente monogame), i rituali di corteggiamento, la deposizione dell’unico uovo, la lunga cova (affidata al maschio) e infine la nascita e la crescita dei tenerissimi pulcini, fino al loro primo impatto col mare, che sarà il loro elemento vitale. La voce narrante è quella di Fiorello, diretto da Francesco Vairano.
Se siete dei fedelissimi di Piero Angela, se tenete la foto di David Attenborough accanto al videoregistratore, se siete cresciuti con il mito dei documentaristi della BBC e avete fatto l’abbonamento a Sky solo per Discovery Channel, bene, questo film non è fatto per voi. In compenso, ha fatto incassare ai suoi produttori francesi oltre 80 milioni di dollari solo negli Usa, agguantando il secondo posto tra i documentari che hanno incassato di più (in vetta svetta sempre Fahrenheit 9/11 di Michael Moore). Certamente il merito non è stato solo di Morgan Freeman, voce narrante dell’edizione a stelle e strisce. C’è chi pensa si sia creato un curioso effetto di «traino pinguinesco» tra i protagonisti (a cartoni animati) di Madagascar e quelli (veri) di Jacquet. Sia come sia, in Italia la mossa di affidare il racconto a Fiorello senza dubbio «pagherà». Noi l’abbiamo trovato insopportabilmente gigioneggiante, onnipresente, insostenibile quando «doppia» i pulcini parlando in falsetto. Ma noi, appunto, abbiamo adorato Angela anche quando indossava ostentatamente i calzini bianchi sotto i pantaloni di vigogna blu. E quindi ci tiriamo rispettosamente fuori della mischia. Ciò detto, le immagini compongono – a tratti – affreschi di algida poesia; la colonna sonora, composta e interpretata dalla giovane Emilie Simon, le asseconda, creando un giusto mixage di dolcezza ed epos. Ma l’umanizzazione di questi meravigliosi animali, l’approssimazione su alcuni aspetti della loro biologia (per altro ancora poco chiara), fanno de La marcia dei pinguini un prodotto buono per il botteghino ma non per la storia del cinema di documentazione. (enzo fragassi)