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La lingua del santo

Due disperati si riducono a rubare la reliquia di Sant’Antonio da Padova per chiederne il riscatto…
La lingua del santo
non è un film drammatico. E neppure una commedia. Soprattutto, non è un film comico, nonostante la presenza di Antonio Albanese. La coppia di protagonisti già rivela il tono agrodolce dell’ultimo lavoro di Carlo Mazzacurati, che associa in un’unica modulazione un ponderoso Fabrizio Bentivoglio e il corpo eccessivo di Albanese. Un solo tono melanconico unisce i due drop-out Antonio e Willy, l’uno da sempre nullafacente, prezzolato giocatore di rugby, ladruncolo di galline ben più spiantato degli
small time crooks
alleniani; l’altro rappresentante della benestante e ignorante borghesia veneta, caduto fuori dalla società e dal proprio matrimonio. Un piano quasi didascalico dà l’idea dell’insanabile frattura tra l’oscurantista e benpensante Padova e l’ex rappresentante di commercio: un lungo movimento di macchina che attornia il volto di Bentivoglio in una sola vertigine, mentre lo sfondo urbano sfuma nell’invisibile… L’improbabile coppia, erede dei mostri di Risi e delle grandi amicizie virili americane, ruba quasi per caso l’ostensorio con la lingua di S. Antonio, brusca risoluzione di un rapporto di cittadinanza irrisolto. Le vicissitudini che ne seguono rivelano ancor più il conflitto dichiarato tra i due emarginati e una stolida città. L’ultima opera di Mazzacurati è letteralmente la storia di una riappropriazione: della dignità, della donna, dei beni materiali, e… ovviamente della lingua. In un Veneto invaso da biechi cartelloni pubblicitari e spot televisivi pseudocaliforniani, strana mistura di integralismo cattolico e aggressivo miracolo economico, Antonio e Willy rubano la lingua di un santo noto per la propria eloquenza. Tolgono diritto di parola a chi ne aveva decretato la condanna, assumono la propria espulsione dalla comunità, si rifiutano al dialetto. Ritornano a esercitare un diritto allo sguardo fino ad allora negato dalla pervasività televisiva, e nella scena dello scambio reliquia/riscatto osservano i propri avversari con un cannocchiale che ne prevede le mosse. L’inverosimile coppia esce dallo spazio urbano e combatte i nemici prima nella campagna dei Colli Euganei, poi nella Laguna. Si tratta di una fusione con lo spazio naturale che azzera i segni del miracolo economico del Nord-Est, di un ritorno alla originaria cultura padana, in grado di annichilire ogni «buon» discorso sulle radici popolari della cultura dell’intolleranza. E i piani della Laguna, la successione delle dissolvenze che uniscono Willy allo spazio naturale sono tra i più belli da
Notte italiana
in poi. A ogni regista il suo territorio.
La lingua del santo
sconta un po’ il carattere nostalgico e retrospettivo della narrazione. La predominanza della voce narrante zavorra irrimediabilmente l’eloquenza visiva di talune sequenze, e non sempre ritma a dovere le scene comiche. Ma pochi film italiani sanno reggere con questa maestria l’epica di piccoli personaggi. Racconto della trasformazione di due fantocci in uomini, di un’amicizia virile di due sfortunati narrata sempre alla loro altezza,
La lingua del santo
ha il pregio di fondere la propria caustica critica nello stampo di piani sempre fermi e giusti. E non è poco.
(francesco pitassio)

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