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Il segreto di Vera Drake

Nella Londra del 1950, che ha ancora le ossa ammaccate dalla guerra, dove i maschi sono o molto giovani o abbastanza vecchi, perché il conflitto si è portato via le generazioni di mezzo, Vera Drake
(Imelda Staunton)
affronta le difficoltà della vita con sorriso perenne, canticchiando un motivetto mentre accudisce la casa o prepara il pranzo per il marito meccanico Stan
(Phil Davis),
il figlio sarto Sid
(Daniel Mays)
e la figlia un po’ lenta Ethel
(Alex Kelly).
Ma anche quando visita l’anziana madre inferma, porta una parola di conforto ai vicini, lavora come donna delle pulizie nelle case dei ricchi borghesi, collauda lampadine in una fabbrica e… procura aborti clandestini alle donne che non possono permettersi una costosa operazione. Vera fa questo da molto tempo, da prima della guerra, all’oscuro della sua famiglia però, che non capirebbe. Ma proprio nel momento in cui la vita sembra regalarle un briciolo di soddisfazione – il giorno dell’agognato fidanzamento della figlia – la polizia bussa alla sua porta…

Che invidia per questo bel film del regista inglese
Mike Leigh.
Una grande cura nel ricostruire il clima (persino quello atmosferico) dell’Inghilterra anni Cinquanta, un Paese ancora scosso dalla guerra ma orgoglioso di averla vinta, dove le differenze sociali rispecchiano quelle di censo, impedendo alle classi meno agiate di accedere a interventi come l’interruzione di gravidanza. Il personaggio interpretato dalla Staunton (premiata con la Coppa Volpi come miglior attrice alla Mostra del Cinema di Venezia, dove il film ha conquistato il Leone d’Oro) è quello di un’ingenua iperattiva donnina che pratica gli aborti non per profitto – come invece fa, a sua insaputa, l’amica di infanzia che le procura gli appuntamenti – ma solo per «aiutare». Aiutare colore che – come fece lei da giovane – devono un giorno prendere una decisione dolorosa e pericolosa, ma indifferibile.

«Non li puoi amare se non li puoi sfamare», dice a un certo punto il fidanzato di Ethel. E come in un altro suo film,
Topsy-Turvy, Sotto-Sopra,
è in una sola battuta che Leigh – autore anche della sceneggiatura – concentra tutto il senso dell’opera, il dilemma antico e mai sopito tra il bene assoluto e quello relativo, che talvolta può sconfinare nell’illegalità. Come capiterà a Vera, condannata per aver procurato l’aborto di una giovane – una delle tante, centinaia, sottoposte al trattamento con acqua tiepida, sapone e disinfettante che Vera ha imparato a usare dalla mamma – che rischia di morire per un’emorragia. Non sarà tuttavia il carcere la pena più pesante che dovrà subire, bensì l’iniziale riprovazione della sua famiglia, il dolore del marito amato e che la riama sinceramente, il non saper esprimere a parole i motivi del suo agire e infine l’incrinarsi del mito materno nel quale i figli erano cresciuti.

Girato con sobrietà e cura del dettaglio, il film di Leigh, che ci aveva già abituato a ottime indagini sul proletariato urbano britannico

(Segreti e bugie)
richiama l’attenzione su un tema come quello dell’aborto, che è ben lungi dall’aver trovato definitiva collocazione nella gerarchia dei diritti civili, anche in società mature come quella inglese (e non solo inglese). Sul piano della recitazione, il regista sessantunenne si avvale di un cast ben rodato, inserendovi attori che hanno già lavorato con lui in passato. Su tutte prevale l’interpretazione di Imelda Staunton, la cui lunga militanza teatrale (ha vinto ben tre
Oliviers,
il premio teatrale britannico più prestigioso) ci è sembrata però emergere con evidenza un po’ sospetta.

(enzo fragassi)

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