Il fantasma

Destinato a far scandalo, in un festival che di scandali non ne ha proposti,
O fantasma
, opera prima di João Pedro Rodriguez, è un film che ci ha letteralmente spiazzato: certamente in senso favorevole. Lontano dalle tipiche produzioni portoghesi (attenzione alla realtà, alla cultura del paese, alla realtà sociale),
O fantasma
viaggia sullo schermo come un Ufo. Questa storia di un amore impossibile (in questo caso un amore gay… ma non è questo il punto), destinata a trasformarsi in tragica solitudine, ci viene mostrata con un occhio attento e lucidamente implacabile, e con un sonoro che, nella sua brutale sensorialità tattile (lo sguardo si sente), lascia senza fiato. Lasciamo ai gazzettieri il compito di scandalizzarsi per le diverse sequenze di sesso e per lo spirito animalesco che emerge dal film. Noi preferiamo considerarlo come una enigmatica storia fantascientifica. Come Batman, come gli X-Men, come Spiderman e il Pinguino, insomma, come gli eroi tragici dei fumetti Marvel, nati da un trauma mal sopportato, il protagonista del film di Rodriguez («mutante» vestito come Musidora, che non ha ancora superato lo stadio dello specchio e si trascina nel suo animalesco autoerotismo per una Lisbona notturna, presente sullo schermo solo grazie alla precisione della banda sonora) ci appare appunto l’emblema di una figura tragica, votata inesorabilmente allo scacco. Ma dove si nasconde il trauma, in un film carnale che pure giunge lentamente al più puro astrattismo (l’ultima parte del film sembra girata sulla luna, anche se in realtà si tratta di una discarica)? Il trauma, per chi lo vuole cogliere, sta in un amore folle non corrisposto: nel senso di vergogna cristallizzato in un paio di manette. E in un’ellissi così violenta e selvaggia da sbilanciare magnificamente un film costruito nel completo disequilibrio, frammentato. In
O fantasma
non c’è musica se non quella dei reattori dei jet in partenza, o delle auto che sfrecciano, o dei latrati e guaiti dei cani, o del fruscio degli abiti, delle cinture che si slacciano, del metallo che risuona a contatto dei corpi. Solo sui titoli di testa e di coda «Dream Baby Dream», un blues malato, interpretato con voce strozzata da Alan Vega. Un incubo, un sogno? Un bel film.
(rinaldo censi)