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Cose da pazzi

Ligio e preciso, Giuseppe Cocuzza
(Maurizio Casagrande)
è un funzionario statale alle prese con la bella moglie Francesca
(Lidia Vitale)
che aspira a un tenore di vita più agiato, la figlia Giulietta
(Federica Sbrenna)
che sogna come tutti gli adolescenti un mondo griffato e la sorella dirimpettaia, Livia
(Teresa Del Vecchio),
che vive sola con il figlio un po’ lento, Renatino
(Domenico Aria),
frutto di una fuggevole relazione giovanile con un sedicente acrobata slavo (in realtà partenopeo) di nome Fedor
(Biagio Izzo).
Di ritorno dalle ferie, l’onesto statale comincia a ricevere per posta strani pacchetti, contenenti ognuno ben 50 mila euro. Il mittente è sconosciuto ma i soldi sono veri e scatenano gli appetiti dell’interna famiglia, che esercita ogni sorta di pressione sul povero Cocuzza, che deve fare riferimento a ogni energia morale (oltre alla paura di scoprire la provenienza del denaro) per non darsi alla bella vita. Nel frattempo, la famiglia comincia a ricevere le visite di equivoci personaggi – un falso ispettore dell’Inps, un postino, addirittura una suora – che ammiccano minacciosamente ai pacchetti. Fino all’agnizione conclusiva, nella quale l’autore del machiavellico piano, tale Felice Ci’
(Vincenzo Salemme),
non svela la sua identità e ricorda a Cocuzza di averlo incontrato molti anni prima, quando lui, comunista convinto, sconvolto dalla caduta del Muro e dal dissolvimento dei valori in cui aveva creduto per tutta la vita, si risolvette a chiedere la pensione per «invalidità morale». Il destino volle che proprio Cocuzza fosse il funzionario incaricato di verificare la sua posizione e infine rigettare l’istanza. Da quel momento, Felice Ci’ ripromise a se stesso che avrebbe dimostrato all’ignaro funzionario in modo irrefutabile che qualunque uomo, messo di fronte al crollo delle proprie certezze morali, si riduce a un invalido.

E sia. Detta così, la trama dell’ultima fatica cinematografica di Salemme & soci assume la veste suggestiva di operetta morale dove si ride per la comicità ampia e popolaresca ma anche si riflette sul tema del crollo delle ideologie (di cui, sia detto per inciso, caro Vincenzo, non frega più nulla a nessuno. Lo diciamo con tristezza, ma lo diciamo). Il problema è che se qualcuno avesse bisogno di dimostrare con un esempio che la recitazione teatrale e quella cinematografica sono due continenti agli antipodi, bene,
Cose da pazzi
ne sarebbe un campione perfetto.

Non funziona, non funziona la trasposizione sul grande schermo della commedia campione d’incassi a teatro, dove fu rappresentata per la prima volta nel 1992, in seguito alla drammatica «svolta» che archiviò il PCI, partorendo con dolore i fratelli-coltelli PDS e Rifondazione comunista. Fu quello un periodo di grande e vera ricerca di una nuova identità, che toccò i singoli nel profondo, provocando perfino – ricorda Salemme – la rottura di sodalizi d’amore a causa della disputa ideologica che si produsse tra i militanti o i semplici simpatizzanti della sinistra post-comunista. Tutto ciò accadeva però tredici anni fa e oggi abbiamo l’impressione che i primi a non voler rivangare quella stagione siano proprio coloro che più ne patirono.

Il film non funziona anche per un’altra ragione: la cesura netta, quasi si trattasse di un altro copione, tra la prima parte – in forma di commedia-farsa – e la seconda, drammatica e assurda, grottesca quasi. Tra le due, in quest’ultima si rintraccia se non altro un intenso assolo di Salemme che dimostra – ma lo sapevamo già – di essere un attore di non modesto talento, capace di praticare commedia e tragedia con uguale maestria, come gli ha insegnato un certo Eduardo. Con Salemme, che per il momento ha deciso di mettere da parte il cinema (tornerà a teatro l’anno prossimo con un nuovo spettacolo), nel film recita anche un cammeo l’immarcescibile
Carlo Croccolo,
spalla di Totò e anche sua «voce» in vecchiaia; interpreta con convincente laidezza la parte del nonno di Felice Ci’ (particolare curioso: a teatro, lo stesso personaggio è interpretato da un attore quarantenne, invecchiato dal trucco. Ma davanti alla macchina da presa si è preferito mettere un anziano vero). Sempre in tema di «spalle», Maurizio Casagrande tiene più che dignitosamente, dimostrando tempi comici perfetti (per il palcoscenico). Insomma,
Cose da pazzi
andate a vederlo a teatro. Per una serata al cinema si può trovare di meglio.
(enzo fragassi)

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