Mariti e mogli

Due coniugi sposati da molto tempo provocano scompiglio fra i loro migliori amici quando annunciano la propria separazione; nel frattempo, anche le altre coppie iniziano ad avere dei problemi. L’acuta, spiritosa e scaltra sceneggiatura di Allen è interpretata brillantemente (specialmente dalla Davis e da Pollack), nonostante lo scandalo da prima pagina di Woody e Mia al momento della distribuzione del film abbia reso difficile evitare il sarcasmo di fronte ad alcuni dialoghi. Un solo appunto negativo: il dilettantesco uso della camera a mano e del “jump cut”, che risulta fastidioso e distraente.

Pallottole su Broadway

Delizioso gioiello di Woody Allen su di un scrittore di commedie degli anni Venti che per quanto si prenda molto sul serio, si svende non appena gli viene offerta l’occasione di portare in scena a Broadway la sua ultima opera, che ha per protagonisti la pupa di un gangster e una star dal fascino inebriante. Un’occasione d’oro per gli attori, in particolare per la Wiest (che vinse l’Oscar) nei panni dell’attrice sopra le righe, per Palminteri, il malavitoso dal talento nascosto, e la Tilly che qui interpreta la pupa svampita. La ricostruzione storica è così ricca e azzeccata da sembrare reale. Allen lo sceneggiò insieme a Douglas McGrath.

Il prestanome

Negli anni Cinquanta, un giovane squattrinato accetta di firmare i copioni di un amico scrittore, inquisito dalla Commissione per le attività antiamericane. Scambiato per un autore di talento, il giovanotto decide di sfruttare anche la mano d’opera di altri scrittori finiti sulla lista nera. Commedia amara sui tristi anni del maccartismo. Woody Allen, qui solo nelle vesti d’attore, stempera con il suo umorismo un tema ancora scottante. Splendido il finale (e la canzone
Young At Heart
di Frank Sinatra) Ritt, Mostel, Bernardi e l’autore della sceneggiatura, Walter Bernstein, furono realmente inquisiti dal senatore McCarthy.
(andrea tagliacozzo)

Crimini e misfatti

A New York, s’intrecciano le vicende di Judah Rosentahal (Martin Landau) e Cliff Stern (Woody Allen): il primo, un oculista di grande fama, per sbarazzarsi dell’amante, divenuta ingombrante, non esita a ricorrere all’omicidio; il secondo, regista di poca fortuna, per sbarcare il lunario è costretto a realizzare un documentario sull’antipaticissimo cognato, produttore di ignobili film commerciali. Il dramma s’intreccia mirabilmente con la commedia in uno delle opera più amare e riuscite del regista newyorchese. Anche nell’episodio interpretato da Allen, sicuramente più leggero dell’altro, si respira un’aria di cupo pessimismo che non può lasciare indifferenti (il suicidio del filosofo ebreo scampato ai campi di sterminio, un chiaro riferimento a Primo Levi). Inspiegabile come Martin Landau, meritatamente candidato all’Oscar, non sia stato preso in considerazione dai membri dell’Academy per la vittoria finale. (andrea tagliacozzo)

Casino Royale

Ormai in pensione, James Bond è alle prese con intrighi internazionali complicatissimi, stangone belle e pericolose e un nipote degenere. Negli anni Sessanta, oltre a quelli di Blake Edwards e Richard Lester, si producevano un sacco di film dissacratori anche se non riusciti: operazioni autoreferenziali, piccole e grandi scoperte del camp (era di poco precedente il fondamentale saggio di Susan Sontag). Questa ad esempio è una pellicola assurda, scritta scavalcando un problema di diritti e diretta da cinque registi diversissimi uno dall’altro: tra i quali Val Guest, quello di Quatermass; il grande Huston, che aveva già fatto una cosa simile – ma più divertente – con
I cinque volti dell’assassino
; il montatore e regista di western Robert Parrish… Senza dire dello script, cui mise mano anche Woody Allen (che, possiamo dirlo, fa il cattivo), o degli attori, da Orson Welles a Barbara Bouchet. Però che simpatia quel delirio, e che libertà dissennata e pop in questo film pur noioso e scombinato!
(emiliano morreale)

Celebrity

Branagh “diventa” Woody Allen in questa sconclusionata analisi su un nevrotico redattore di New York, con vita affettiva e carriera incasinate. Allen naviga a vista, con un cast attraente e con qualche momento divertente, ma senza granché da dire. Ripetitivo, prevedibile, falsamente moralistico nella sua disincantata acrimonia, il film finisce per essere un monumento al proprio autocompiacimento, anche se le battute divertenti non mancano. La Davis è, come sempre, incredibilmente brava. Fotografia in bianco e nero di Sven Nykvist.

New York Stories

Tre episodi ambientati sullo sfondo della Grande Mela: nel primo (Lezioni di vero , di Scorsese), un pittore teme che la sua giovane allieva e amante voglia lasciarlo; nel secondo (La vita senza Zoe , di Coppola), una bambina, figlia di ricchi ma separati genitori, diventa amica del figlio di uno sceicco; nel terzo (Edipo relitto, di Allen), un avvocato ebreo di mezza età è continuamente perseguitato dalla petulante e opprimente genitrice. A distinguersi sono soprattutto Martin Scorsese e Woody Allen: il primo trae il meglio (e anche di più) da un soggetto piuttosto esiguo, mettendo in mostra una tecnica eccezionale; sui toni che gli sono più congegnali, il secondo realizza invece un episodio leggero leggero ma straordinariamente divertente. Solo Francis Coppola, che ha firmato la sceneggiatura con la figlia Sofia, sembra un po’ sottotono. (andrea tagliacozzo)