La felicità non costa niente

Sergio (Mimmo Calopresti) è un architetto brillante, con una moglie devota, un figlio sveglio e simpatico, un’amante giovane e un gruppo di cari amici. Un incidente d’auto gli fa cambiare completamente approccio alla vita. Si accorge di tutte le ipocrisie e contraddizioni della sua esistenza e, a poco a poco, con le sue stesse mani distrugge tutte le certezze che lo circondano. Cerca risposte, di notte, vagabondando per una Roma «turisticamente didascalica», ma accogliente e complice. Ogni tanto cerca di rimanere aggrappato alla vita reale, quella fatta di routine, di rapporti umani e sociali, di lavoro e famiglia, ma non ce la fa, ha bisogno di scappare e cercare. Unico compagno di viaggio è un manovale che lavora per lui, con cui instaura un rapporto a metà tra il sogno e la realtà. Una notte, per le strade di Roma, incontra una donna misteriosa, bellissima, che cattura tutto il suo interesse. Occuparsi di questa persona diventa la sua preoccupazione principale, si innamora, ritrova equilibrio e voglia di vivere, ma… Un altro film di Mimmo Calopresti, questa volta nella triplice veste di regista sceneggiatore e protagonista. Una pellicola sulla ricerca ossessiva della felicità, nel mondo esterno, per poi giungere alla conclusione che forse è solo uno stato personale, intimo. Si tratta di una questione di equilibrio, niente più. Il cammino è tortuoso, affronta molte delusioni e sembra quasi soccombere alla depressione. Non un film sull’amore, perché in fondo è solo un aspetto della vita, non certo l’unico o il più importante. Forte la somiglianza con L’ora di religione nello stile registico e in alcuni escamotage narrativi. Convincente ancora come regista e piacevole sorpresa come attore protagonista. Un Calopresti promosso al 100 per cento. (andrea amato)

L’abbuffata

In un piccolo e suggestivo borgo calabrese, un gruppo di quattro giovani amici decide di girare un film e in questo modo sconvolgere la vita della cittadina. Dalla banda del paese al cinico regista “guru” (Diego Abatantuono) ritiratosi a vita da eremita, dalle zie che aspettano ancora l’amor al professore d’inglese (Nino Frassica), dal parroco alla barista (Donatella Finocchiaro), per finire alle stelle del mondo del cinema, al di là dei confini della Calabria, tutti rimangono coinvolti dall’energia, dalla magia e dalla semplicità con cui i quattro ragazzi vogliono costruire un presente e un futuro diverso. E per la grande stella (Gérard Depardieu) che ha accettato generosamente di atterrare in Calabria, in compagnia della fidanzata (Valeria Bruni Tedeschi) per girare il loro film, i giovani amici con l’aiuto di tutto il paese prepareranno una grande festa.

Ah! Se fossi ricco

Aldo è un rappresentante di prodotti per capelli, sposato con Alice, un infermiera. Le cose tra loro non vanno bene. Alice chiede la separazione e intreccia una relazione con Gérard, il nuovo affascinante capo del marito. La fortuna però sembra ricordarsi di Aldo che vince dieci milioni di euro al lotto. Deluso dalla moglie, decide di non rivelare la notizia della vincita per evitare di dover dividere il denaro al momento della separazione. Inizia così due vite parallele, una piena di lussi e agi, l’altra da povero lavoratore.

Un film davvero divertente con numerose situazioni comiche. Un uomo (Jean Pierre-Darroussin), baciato dalla fortuna, vede la sua vita cambiare improvvisamente. Ma a cadere sono anche le sue sicurezze sentimentali. La moglie lo tradisce e chiede il divorzio. Non sa se essere felice o scontento. La pellicola si regge sempre su questa sorta di bipolarità: povertà e ricchezza, fortuna e abbandono, verità e bugie, amore e odio. Da qui equivoci, gag e battute. Ma i soldi fanno la felicità? Un quesito che si sente spesso pronunciare. In barba agli ipocriti, i registi e sceneggiatori Michel Munz e Gerard Bitton dichiarano: «Oggi il lotto ha rimpiazzato la lotta di classe. In questa situazione di stallo dove sono ben poche le possibilità di diventare ricchi grazie al proprio lavoro, questo gioco diventa veramente un fantasma collettivo». Spassosi e azzeccati gli attori. Valeria Bruni-Tedeschi si concede una vacanza dai ruoli più impegnati e con la sua particolare bellezza si muove sbarazzina. Le inquadrature di Parigi che aprono e chiudono il film costituiscono una pregevole punteggiatura e la cinepresa ci dà visione di un microcosmo, quello del racconto, che si svolge uguale e contemporaneo a molti altri.
(francesco marchetti)

Pelle d’angelo

Una ragazza, Angèle, lascia la sua famiglia e la campagna per andare a lavorare come cameriera in casa di due ricchi borghesi della vicina cittadina. Un giorno incontra in paese Grégoire, un uomo silenzioso e dall’aria tormentata, con cui trascorre la sua prima e unica notte d’amore. Angèle gli offrirà tutto il suo cuore mentre Grégoire troverà nella ragazza solo consolazione dopo la morte della madre per il cui funerale è tornato nel paese d’origine. Lui non vuole più rivedere né la ragazza né la città di provincia in cui ha trascorso la sua infelice infanzia. Il mattino seguente i loro destini si separano ma in entrambi resterà per sempre il segno indelebile di quell’incontro. L’uomo che sino a quel momento aveva vissuto nell’apparente rimozione del suo passato sarà ossessionato dall’immagine di Angèle, mentre la ragazza coltiverà per sempre l’illusione di un amore non corrisposto. Ma alcune coincidenze dettate dal caso li faranno rincontrare.

Protagonista di pellicole come
Cyrano de Bergerac
di Jean-Paul Rappeneau e
Il viaggio di Capitan Fracassa
di Ettore Scola, Vincent Perez debutta alla regia con una storia che sembra ripresa da un romanzo d’appendice, caratterizzata da dialoghi scarni e improbabili. Un film privo di approfondimenti psicologici nei confronti dei personaggi protagonisti, tutti delineati con inquadrature statiche (non a caso Perez è fotografo prima che attore e regista) in alcuni momenti (bisogna ammetterlo) di una certa compiutezza formale. Ma non si sta parlando di fotografia. La pochezza dell’assunto e della messinscena non viene compensata dall’interpretazione del figlio d’arte Guillaume Depardieu, che veste i panni di un Gregoire dalla lacrima facile e del cui tormento non si intuisce la causa e dalla sceneggiatrice e interprete del film nonché compagna nella vita del regista, Karine Silla. Di qualche valore invece il placido ovale e gli occhi senza fondo della debuttante Morgan Moré, cui è affidato il ruolo della protagonista, una ragazza talmente fuori da ogni misura e tempo da risultare davvero poco credibile. La vediamo darsi al primo venuto, svolgere lavori umili senza lamentarsi mai, finire in carcere per un delitto che non ha commesso e infine, una volta scarcerata, scegliere di vivere tra le monache di un convento per coltivarne l’orto. Un ruolo difficile da sostenere proprio per la poca credibilità che lo caratterizza. Valeria Bruni Tedeschi nel cammeo della sensibile avvocatessa lascia una traccia indelebile, come sempre. Ma si tratta di livelli diversi di abilità interpretativa. A chiudere il tutto un finale che vuole essere spiazzante ma che rientra nella logica del precostituito schema romanzesco cui è improntata tutta la pellicola. Permangono forti dubbi sulla natura di tali prodotti che appaiono troppo spesso il risultato di capricci divistici più che il frutto di un’operazione necessaria e basilare nel cinema, la regia.
(emilia de bartolomeis)

Munich

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Settembre 1972, Olimpiadi di Monaco. Un commando di estremisti palestinesi uccide due membri della squadra israeliana e ne prende in ostaggio altri nove. I corpi speciali tedeschi tentano un blitz per liberare gli ostaggi ma la reazione dei palestinesi dà luogo a un massacro con morti da entrambe le parti. Ad Avner, un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani, viene richiesto di mettersi a capo di una squadra incaricata di stanare e uccidere i responsabili dell’eccidio.

Ispirato a
Vendetta
di George Jonas (pubblicato in Italia da Rizzoli) e sceneggiato da Eric Roth con la supervisione del drammaturgo Premio Pulitzer Tony Kushner, il nuovo film di Steven Spielberg affronta con stile quasi documentaristico le conseguenze di uno degli eventi più drammatici nella storia del conflitto fra israeliani e palestinesi.

Il messaggio di
Munich
è chiaro: la violenza chiama altra violenza e l’uso della forza non serve a risolvere i conflitti. L’ultima scena, con le Torri Gemelle sullo sfondo, è esemplificativa in questo senso. Trattandosi di un film di Spielberg,
Munich
è ben girato (pur peccando di eccessiva ingenuità nel mostrare città da cartolina), oltre che utile ad approfondire un momento importante di un conflitto tuttora in atto. Fin qui i lati positivi.

Commentatori più autorevoli di noi hanno però fatto notare che il libro di George Jonas che ha ispirato il film è considerato da molti una montatura. Secondo fonti israeliane Yuval Aviv, colui che ha sostenuto di essere il modello ispiratore del personaggio di Avner, non ha mai lavorato per i servizi segreti. Inoltre, nonostante abbia più volte dichiarato che il suo non è un film anti-israeliano ma piuttosto un tributo agli atleti che morirono a Monaco, Spielberg non mostra mai i palestinesi nell’atto di compiere le azioni per cui sono stati poi braccati, mentre gli israeliani si comportano in maniera efferata per tutta la durata della pellicola. Infine, nel film non c’è traccia dell’Islam radicale e delle dittature arabe, per le quali la distruzione di Israele era un obiettivo non certo secondario. Abolendo questi fattori, Spielberg crea uno scorretto miscuglio di storia e fiction, all’interno del quale è molto facile lanciare il suo messaggio politicamente corretto.
(maurizio zoja)