La stanza di Marvin

Adattamento toccante di un lavoro teatrale off Broadway di Scott McPherson su una donna che ha dedicato la sua vita di adulta a prendersi cura del padre colpito da un ictus e di una zia nervosa. Poi è costretta a chiamare in soccorso la sorella da tempo persa di vista e i nipoti perché l’aiutino con i suoi problemi di salute. Uno sguardo commuovente e acuto sui legami famigliari, le vecchie ferite, l’amore e la responsabilità, con interpretazioni tutte di ottimo livello. Cronyn aggiunge grande intensità, anche se non dice una parola. Un altro punto di forza è la colonna sonora di Rachel Portman. Debutto cinematografico per il regista teatrale Zaks. Una nomination all’Oscar per Diane Keaton.

Quei bravi ragazzi

Un decennio di storia di mafia italoamericana raccontato «dal di dentro», con uno stile vertiginoso al limite dello sconcerto, capace di trasmettere la vertigine dell’accumulo, del potere e infine della droga. Voce off, Liotta protagonista e Pesci e De Niro comprimari (guardate quest’ultimo che fa la «spalla» senza farsi notare, e capirete cos’è un grande attore). Un mirabile studio di antropologia, un saggio di cinema perfetto in ogni sua componente (la scelta delle canzoni, per dirne una). Ma anche un film di somma ambiguità, che si sottrae al fascino incombente di personaggi terribili dapprima assumendo – sia pur brevemente – un punto di vista femminile (la moglie di Liotta), e poi sfociando in una presa di coscienza da cinema hollywoodiano d’altri tempi, che corrisponde a quella del vero mafioso a cui Scorsese e il co-sceneggiatore Nick Pileggi fanno riferimento. Uno dei capolavori di Scorsese, uno dei grandi film degli anni Novanta. (emiliano morreale)

Jackie Brown

Un gangster nero cerca di mettere a segno un colpo col traffico d’armi, in società con un altro vecchio del giro e con la complicità di una hostess, Jackie Brown: ma lei fa il doppio gioco. Una guerra tra poveri, con in sottofondo la struggente storia d’amore crepuscolare tra l’attempato gangster Max Cherry (Robert Forster) e la matura Jackie (interpretata da Pam Grier, regina della blaxploitation anni Settanta). Costruito a flashback, ma sobri e assolutamente… anti-tarantiniani, un film saggio e maturo, firmato da un regista vero: rimangono pochi dubbi sulla statura di autore di Tarantino, che qui è sfigato e notturno, cinefilo assolutamente non esibizionista, direttore di attori sopraffino, magistrale creatore di atmosfere e di suspence. Da ricordare il ripescaggio di Forster e della Grier, il meraviglioso controruolo inventato per De Niro (ma esistono controruoli per De Niro?), le calibrate prestazioni di Bridget Fonda e Samuel L. Jackson.
(emiliano morreale)

Frankenstein di Mary Shelley

Versione “fedele” ma ampiamente deludente della saga di Frankenstein. Più energico del necessario, con la macchina da presa che non sta mai ferma. Branagh ci permette di capire la personalità del dottor Frankenstein, ma la storia deraglia una volta che la creatura viene lasciata libera. Ulteriormente appesantito dalla cornice narrativa con il capitano di mare Quinn. Il mostro di De Niro rimane molto… deniresco, e fa sentire la nostalgia di Karloff (e perfino di Peter Boyle).

Il cacciatore

Tre giovani amici della Pennsylvania partono per andare a combattere in Vietnam. Catturati dai Vietcong, solo due riescono a tornare a casa, mentre il terzo, disperso, si suppone imboscato a Saigon. Molto discusso alla sua uscita (venne addirittura accusato di razzismo), il film alterna momenti poetici (le sequenze di caccia) ad altri d’incredibile impatto spettacolare ed emotivo (i violenti segmenti del campo di prigionia sono a tratti quasi insostenibili). Michael Cimino, alla sua opera seconda, si affermò alla grande, per poi bruciare tutte le sue carte in seno a Hollywood con il fiasco del successivo I cancelli del cielo, western mastodontico, affascinante ma tremendamente dispendioso. Il film vinse quattro dei nove Oscar per cui era candidato: per il film, la regia, il suono e per il miglior attore non protagonista (Walken). (andrea tagliacozzo)

Lettere d’amore

In una piccola città del New England, un cuciniere che lavora in una pasticceria ha un imbarazzante segreto che lo ha fatto crescere solitario e malinconico: è analfabeta. Una vedova che lavora nello stesso negozio si accorge del suo problema e decide di aiutarlo. L’ultimo film del regista Martin Ritt (scomparso l’8 dicembre 1990, noto soprattutto per
La lunga estate calda
e
Norma Rae
), solitamente più a suo agio con vicende d’impegno civile. La presenza di Robert De Niro e Jane Fonda riesce in qualche modo a tamponare le falle di una storia che gli sceneggiatori Harriet Frank Jr. e Irvin Ravtech, adattando il romanzo di Pat Barker
Union Street
, non sono riusciti a sviluppare a dovere.
(andrea tagliacozzo)

Prima di mezzanotte

Robert De Niro veste i panni di un ex poliziotto di Chicago, diventato cacciatore di taglie in California. L’uomo accetta di catturare un ragioniere che ha sottratto quindici milioni di dollari a un boss della droga, ma quando riesce ad acciuffarlo la sua missione viene ostacolata dall’FBI. Proprio come Beverly Hills Cop , diretto quattro anni prima dallo stesso Martin Brest, il film è una micidiale macchina da intrattenimento che ha il suo punto di forza nella perfetta fusione tra commedia e azione. Eccellente la prova di Charles Grodin, che riesce a tenere testa a un mostro sacro come De Niro. (andrea tagliacozzo)