La corona di ferro

Nell’immaginario regno di Kindaor, Sedemondo uccide re Licinio, suo fratello, e ne usurpa il trono. Vorrebbe far seguire la stessa sorte ad Arminio, figlio del monarca spodestato, che abbandona nella foresta alla mercé dei leoni. Ma il ragazzo riesce a scampare alla morte. Quarto capitolo della fertile collaborazione tra Alessandro Blasetti e Gino Cervi. Raffinata la regia di Blasetti, capace di realizzare un film di pura fantasia, quasi una favola, ma con frequenti allusioni al clima politico dell’epoca. (andrea tagliacozzo)

Il Gattopardo

Dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, forse il più celebre dei film di Luchino Visconti. Nel 1860, mentre anche in Sicilia spirano venti di rinnovamento sociale e politico, il principe di Salina vede mestamente crollare il suo vecchio mondo. Un lavoro imponente, estremamente raffinato, girato con un uso quasi pittorico dello schermo panoramico (inquadrature molto ampie, anche quando la sintassi cinematografica potrebbe imporre un primo piano). Indimenticabile la lunga sequenza del ballo che venne realizzato in ben 36 giorni di riprese. Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes ex aequo con Seppuku di Masaki Kobayashi. (andrea tagliacozzo)

L’innocente

L’ultimo lavoro di Luchino Visconti, realizzato poco prima della morte avvenuta il 17 marzo 1976, tratto dal romanzo di Gabriele D’Annunzio. Il ricco possidente Tullio Hermil non perde occasione per tradire la moglie Giuliana. Questa, dal canto suo, si consola con un giovane scrittore dal quale ha un figlio. La regia di Visconti, come al solito pregevole dal punto di vista formale, è meno efficace che in altre occasioni, fin troppo fredda e distaccata dalla vicenda e dai suoi protagonisti. D’altronde, il film è stato diretto dal cineasta in precarie condizioni di salute, costretto su una sedia a rotelle da un male incurabile. (andrea tagliacozzo)

Un’avventura di Salvator Rosa

Il protagonista della vicenda è un pittore dalla doppia personalità che, sotto le spoglie dello spadaccino Formica, si batte per il popolo oppresso dal viceré di Napoli e dal conte Lamberto. Grande senso del ritmo e dello spettacolo da parte di Alessandro Blasetti che al suo apogeo di regista firma uno dei suoi film migliori. Tra gli interpreti, Osvaldo Valenti, in quegli anni spesso relegato in parti da «cattivo», e lo straordinario Gino Cervi, protagonista di molti altri film del regista. (andrea tagliacozzo)

Il bell’Antonio

Antonio Mangano, giovane della buona società catanese con fama di sciupafemmine, sposa la donna più bella del paese. In realtà è impotente, e ai parenti della moglie non parrà vero di far annullare il matrimonio per ripiegare su un miglior partito; mentre il padre di Antonio, per salvare l’onore della famiglia, morirà tra le braccia di una prostituta. Da un bellissimo romanzo di Vitaliano Brancati (scrittore troppo ironico per riscuotere fortuna al cinema, anche se le sue sceneggiature per Zampa sono magistrali), Bolognini trae uno dei suoi classici adattamenti un po’ esangui e malinconici. E se la sua mollezza ben si adatta alla Catania sfatta del libro e all’impotenza del protagonista, lo spostamento dagli anni del fascismo al dopoguerra democristiano fa perdere molto dell’originale aura stendhaliana. Però il bianco e nero di Armando Nannuzzi è ancor oggi abbagliante, e malgrado Pierre Brasseur nel ruolo del padre sia fuori parte, la coppia Mastroianni-Cardinale vale da sola tutto il film.
(emiliano morreale)

Totò, Fabrizi e i giovani d’oggi

Carlo e Gabriella, giovani studenti, si conoscono durante una gara di nuoto e s’innamorano. Quando finalmente lui prende il diploma da geometra, decidono di sposarsi. Ma il primo incontro tra le rispettive famiglie non è tra più felici: i due padri hanno mentalità troppo diverse per andare d’accordo. Regia e sceneggiatura nella media, anche se a fare la differenza ci pensano Totò e Fabrizi che nei panni dei due genitori danno vita ad alcuni indimenticabili duetti.
(andrea tagliacozzo)

Che gioia vivere

Nella Roma del primo dopoguerra, all’avvento del fascismo, un giovane s’impiega in una tipografia dove lavorano dei simpatizzanti anarchici. Per una serie di circostanze partecipa a un attentato antifascista, attirando l’attenzione dei gerarchi. Una gustosa commedia farsesca, diretta con grande mestiere e senso del ritmo da René Clement. Divertentissimo Tognazzi, tutto vestito di nero, nella parte di uno degli anarchici. (andrea tagliacozzo)