Howard e il destino del mondo

Howard, giovane papero extraterrestre, viene improvvisamente catapultato sulla Terra. Il primo impatto con gli umani non è tra più felici. Salvando una ragazza da una situazione sgradevole, però, il simpatico alieno riesce finalmente a trovare un’amica. Notevoli effetti speciali al servizio di un film che nei momenti migliori rasenta l’idiozia. Tra i protagonisti anche un giovane Tim Robins. Prodotto, tra gli altri, da George Lucas.
(andrea tagliacozzo)

Avvenne domani

Storia divertente anche se piuttosto statica, che parla di un reporter a cavallo del secolo che ottiene informazioni riservate sui titoli di prima pagina del giorno successivo, il che porta a complicazioni impreviste. Tono basso, ma spesso affascinante. Ebbe due nomination agli Oscar (sonoro e miglior canzone).

L.A Confidential

La storia viene da un romanzo di James Ellroy, uno dei più fortunati e acuti esploratori della letteratura di genere: siamo nei paraggi di Hollywood, dove le indagini di tre poliziotti perdenti scoperchiano il solito nido di vipere. Ma oltre alla perfetta cinefilia, che regala a Kim Basinger il ruolo più bello della sua carriera (una triste attrice-prostituta sosia di Veronica Lake), questo film si distingue per la sua particolare sincerità. Ci si appassiona senza mezzi termini e senza retrogusti camp, e il dolore della pagina di Ellroy viene conservato, giusto un po’ ammorbidito nella bellissima fotografia di Dante Spinotti (virtuosistica la sparatoria finale). Un gran bel film hollywoodiano, fiero di esserlo, che – se non tocca le altezze del Polanski di
Chinatown
– esibisce comunque una confezione tra le più impeccabili del cinema americano di genere negli ultimi anni.
(emiliano morreale)

Striptease

Un film indicibilmente noioso — per non dire sgradevole — basato su un romanzo di Carl Hiaasen, su una donna che ha perso la custodia della giovane figlia a favore dello spregevole ex marito e si mette a fare la spogliarellista per guadagnare in fretta i soldi necessari per il ricorso in tribunale. Poi ha una storia con un arrapato membro del Congresso. Non abbastanza divertente, o drammatico, o sexy, o brutto, per essere qualificato come intrattenimento in qualsiasi categoria. È la vera figlia della Moore che interpreta la ragazzina.

Poliziotto speciale

Baldwin è fuori parte nel ruolo di Bo Dietl, rinnegato detective del dipartimento di polizia di New York degli anni Ottanta, che in questo ritrito resoconto iper-drammatizzato delle sue eroiche imprese — basato sul suo “romanzo autobiografico” — resiste agli odiosi federali che gli stanno addosso perché tiri fuori dal buco il suo migliore amico d’infanzia, ora divenuto un boss della mafia. Violenza e turpiloquio senza fine sono l’unica differenza tra questo film e un comunissimo episodio di una serie poliziesca tv.

Session 9

Una squadra eterogenea specializzata nella rimozione dell’amianto è al lavoro in un immenso manicomio abbandonato. Visto che il gruppo non va d’accordo fin dall’inizio, immaginate gli scherzi, le provocazioni e le tensioni che si scatenano in quei bui corridoi giorno dopo giorno. Un film che riesce a mettere paura ma che sfortunatamente soffre di una debole caratterizzazione dei personaggi. Scritto dal regista e dal co-protagonista Gevedon. I claustrofobici facciano attenzione.

L’ultimo apache

Uno dei classici intramontabili del filone western revisionista, dove la figura del pellerossa viene riabilitata, promossa al rango di protagonista e tratteggiata con fiera e onesta sensibilità. Certo, L’ultimo apache non è uno dei western più cinici e crudeli di Robert Aldrich (basterebbe confrontarlo con il successivo e agghiacciante Nessuna pietà per Ulzana per rendersene conto), specie se si considera che l’eroe apache è interpretato da Burt Lancaster. Ciò nonostante resta una straordinaria parabola non priva di accenti surreali, che sigla l’impossibilità dell’irriducibile Massai ad accettare la sconfitta del suo popolo (nel 1886 il ribelle Geronimo era stato definitivamente battuto e gli Apache tradotti in una riserva). Nonostante un lieto fine imposto all’autore, L’ultimo apache è un’acuta e impietosa riflessione sul genocidio dei nativi americani per mano dei colonizzatori bianchi, che neppure dopo la vittoria accordano alla minoranza la libertà e la dignità guerriera. La storia d’amore di Massai con la sua squaw (un’altra attrice bianca, Jean Peters), smorza i toni della denuncia e sposta l’asse tematico sul versante sentimentale, senza compromettere comunque l’originalità del film. (anton giulio mancino)