Dracula di Bram Stoker

Uno dei migliori lavori recenti di Coppola, regista che da una ventina d’anni è in crisi economica e soprattutto creativa. Ormai divenuto retorico narratore di fiabe, si rivolge qui a uno dei miti più «neri» della letteratura e del cinema, realizzando un film fascinoso e roboante. Certo, il lato metacinematografico è fin troppo esibito, con l’equazione vampirismo-cinema alla quale, per sicurezza, si aggiunge la metafora di riserva vampirismo-Aids. Pur discontinuo e progettato a tavolino, Dracula esibisce però un kitsch tutt’altro che incongruo, che quando riesce a trasformarsi in immagine e in racconto regala alcuni passaggi notevoli. L’inseguimento finale è un delizioso Méliès western, ma tutto il film è disseminato di soluzioni efficaci e di sincera e megalomane passione per il cinema. Quasi invisibile una strombazzata partecipazione di Monica Bellucci. (emiliano morreale)

Ricordati di me

Una famiglia borghese come tante altre, in un quartiere residenziale romano. Padre, madre, figlio e figlia. Tutti che vogliono o volevano diventare qualcuno. Carlo (Fabrizio Bentivoglio), il padre, voleva essere uno scrittore e da anni ha il suo romanzo incompiuto, Giulia (Laura Morante), la madre, era un’attrice, Paolo (Silvio Muccino), il primogenito, vorrebbe essere come i suoi amici, appartenere a un gruppo ed essere ricambiato da una sua compagna di liceo, molto più sveglia di lui. E poi c’è Valentina (Nicoletta Romanoff), la figlia, decisa a fare la showgirl, a tutti i costi. La lucida determinazione della piccola di casa risveglia tutti i sogni degli altri componenti della famiglia. Carlo incontra una sua vecchia fiamma (Monica Bellucci), che lo galvanizza, Giulia riprende a fare teatro e pensa di innamorarsi del regista, Paolo fa una festa per essere accettato dagli altri e Valentina, a tappe serrate, arriva in televisione. E ora che cosa succederà? Dopo il grande successo de
L’ultimo bacio,
Gabriele Muccino ritorna sul grande schermo con un film molto più complesso e scioccante: la famiglia è nuovamente sgretolata, i valori non esistono più, conta solo autoaffermarsi e ottenere riconoscibilità all’esterno. Di chi è la colpa? Del sistema, della televisione, di noi stessi… Uno spaccato verosimile, un film che ne contiene altri quattro, una prova matura di scrittura e regia, un ritorno al cinema di quarant’anni fa, un film onesto, anche in tutti i suoi limiti. La paura di essere normali, questa la fobia che attanaglia una famiglia normale come tante altre. E se bastasse solo ascoltarsi un po’ di più?
(andrea amato)

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videointerviste
ai protagonisti del film

La Passione di Cristo

Impossibile parlare di un film come
La Passione di Cristo
senza tenere conto delle polemiche che ne hanno preceduto l’arrivo nelle sale. Esiste forse uno spettatore che andrà al cinema con la mente sgombra dai giudizi espressi, fin dalla scorsa estate, da commentatori più o meno autorevoli? Davvero si tratta di un film antisemita? I fatti si sono realmente svolti come Gibson ha deciso di raccontarli? Girato fra Cinecittà e i Sassi di Matera, dove Pasolini realizzò il suo
Il Vangelo secondo Matteo,
il film è recitato in latino e aramaico, la lingua parlata da Gesù Cristo. Una scelta che da un lato ne rende ostica, nonostante i sottotitoli, la fruizione da parte dello spettatore ma dall’altra sottolinea l’intenzione dichiaratamente filologica di Gibson. «Andò proprio così», pare abbia detto Papa Giovanni Paolo II, una notizia però smentita dal suo portavoce Joaquin Navarro-Valls, che ha sottolineato che il Pontefice «non esprime giudizi pubblici su opere artistiche», pur riconoscendo che il film è «una trasposizione cinematografica del fatto storico secondo il racconto evangelico». Non vi sono, in effetti, evidenti discrepanze tra i Vangeli e il racconto di Gibson. Quel che manca è però una spiegazione del senso di quanto rappresentato: le sofferenze di Cristo occupano la gran parte della pellicola, mentre la risurrezione, confinata in pochi minuti, non gode assolutamente dello stesso risalto dato alle frustate inferte al figlio di Dio. E le accuse di antisemitismo? Dopo un primo montaggio e alcune successive e riservatissime anteprime, il regista ha deciso di eliminare dal montaggio definitivo la scena in cui il sommo sacerdote Caifa, di fronte alla crocifissione, pronuncia la frase «il suo sangue sia su di noi e sui nostri figli». Una decisione che dimostra come Gibson si sia effettivamente reso conto del rischio di essere accusato di antisemitismo. Alcuni critici hanno però fatto notare come gli ebrei descritti nel film rispecchino l’iconografia e l’immaginario dell’antisemitismo medievale. «Dire che il film è antisemita equivale ad affermare che lo sono anche i Vangeli», ha ribattuto Navarro-Valls. Una polemica infinita che di sicuro ha contribuito ad accrescere in maniera esponenziale l’interesse per la pellicola. Gibson ha già ampiamente recuperato i 25 milioni di dollari sborsati di tasca propria per realizzare il film: al 30 marzo, nei soli Stati Uniti, l’incasso complessivo è di 317 milioni di dollari. Sotto l’aspetto più strettamente tecnico vanno apprezzati il perfezionismo del regista, che è giunto a spendere 350mila euro per un robot con le sembianze di Jim Caviezel (Gesù Cristo), utilizzato nelle giornate più fredde, durante le quali l’attore non avrebbe potuto resistere seminudo per ore, e la bella fotografia di Caleb Deschanel, cui Gibson ha chiesto di riprodurre le tonalità di Caravaggio. Tutt’altro che disprezzabile, infine, la prova dei molti attori italiani che hanno partecipato al progetto, da Rosalinda Celentano (Satana) a Luca Lionello (Giuda), da Claudia Gerini (la moglie di Pilato) all’ottimo Sergio Rubini (il buon ladrone).
(maurizio zoja)

I fratelli Grimm e l’incantevole strega

Ispirato liberamente alla personalità e alle opere letterarie dei tedeschi Will e Jacob Grimm, I fratelli Grimm e l’incantevole strega narra le disavventure della coppia di giovani scrittori nelle campagne tedesche a fine XVIII secolo. I due, molto diversi per indole, tirano a campare imbrogliando la povera gente terrorizzata da presunti malefici e apparizioni di fantasmi. Per beffarsi dei creduloni, i fratelli elaborano costose messe in scena con l’aiuto di altri due complici, spacciandosi poi per maghi-salvatori e intascando infine il compenso. Ma quando la Germania è invasa dalle truppe napoleoniche, i due sono costretti, dal generale francese Delatombe, a occuparsi delle misteriose sparizioni di alcune bambine nel villaggio di Marbaden, nei pressi della foresta Nera. Qui diventano protagonisti e vittime dei personaggi e delle trame delle loro stesse favole. Un terribile lupo ha infatti rapito una bambina con la mantella rossa, Greta si è smarrita durante una passeggiata nel bosco con il fratello Hans e non c’è più traccia di diverse altre giovani. Ma all’interno della foresta si cela un’altissima torre (simile a quella descritta nella fiaba Raperonzolo) che difende il sonno di una misteriosa strega e, intorno ad essa, sono disposte in cerchio dodici tombe. Cosa mai significherà quella disposizione? Saranno in grado i due fratelli di risolvere il mistero e non essere imprigionati dai francesi?

C’era molta attesa per questo nuovo lungometraggio dell’ex Monty Paython, reduce dalla mancata realizzazione del suo tanto agognato Don Quixote. Stavolta il regista ha rispettato i tempi e i costi di produzione, cosa non riuscitagli nemmeno ai tempi de Le avventure del Barone di Munchausen, e la produzione ha rispettato e sopportato le sue scelte artistiche e scenografiche. Ma il risultato di questo compromesso ha penalizzato il risultato finale del film. Anche se le invenzioni e le tecniche di Gilliam sono di primissimo livello, la magia della storia non emoziona. I riferimenti narrativi alle favole dei Grimm risultano solo accennati e non riescono a scuotere lo spettatore che, più che altro, si trova immerso in un minestrone favolistico.
Non che le due ore di proiezione risultino noiose, ma sicuramente la storia non tocca la sensibilità del pubblico, neanche quella di coloro che non conoscono le favole dei fratelli tedeschi e che quindi si trovano in una privilegiata disposizione alle soluzioni originali. Al contrario, le scenografie (dalla torre della strega Regina al villaggio di Marbaden) sono realizzate con grande maestria dall’emergente Guy Hendrix Dyas (X-Men 2), i costumi, affidati al premio Oscar Gabriella Pescucci (L’età dell’innocenza) non lasciano nulla al caso e, due membri del cast regalano una memorabile interpretazione di stampo teatrale: Jonathan Pryce, (Le avventure del Barone di Munchausen, Brazil) vecchia conoscenza di Gilliam, e Peter Stormare che rispettivamente danno vita al generale francese Delatombe e al boia di origini italiane Cavaldi. Questi personaggi insieme, incarnano perfettamente lo spirito della commedia nera più esilarante e i due bravi attori esasperano al punto giusto i lati bizzarri e grotteschi della loro personalità, entrando di diritto nelle grazie del pubblico.

I protagonisti principali, invece, lasciano un po’ a desiderare. Sia Matt Damon, Will, che Heath Ledger, Jacob, pur raggiungendo una buona intesa sul set facendo risaltare lo spirito fraterno dei Grimm, risultano entrambi impacciati nei rispettivi ruoli. Damon eccede in arroganza nella sua interpretazione, mentre Ledger relega a un triste secondo piano la figura remissiva del suo personaggio che, invece, incarnando lo spirito fantasioso dei fratelli, dovrebbe risaltare in misura più considerevole. La nostra bella Monica Bellucci regala una performance in linea con le precedenti esperienze cinematografiche, recitando senza errori di grammatica la frase «Chi è la più bella del reame?». (mario vanni degli onesti)

Malèna

Ancora un’incursione dolente e amara nei territori sfumati e sfuggenti della memoria per uno dei pochi autori italiani in grado di offrire garanzie spettacolari alle platee internazionali.
Malèna
di Giuseppe Tornatore, co-prodotto dagli americani della Miramax, è infatti un’operazione con chiare finalità commerciali, svolta con la maestria di un cineasta che sa di poter fare di più. E se è vero che una parte della critica italiana, che non ha mai digerito il successo strepitoso ottenuto con l’Oscar a
Nuovo Cinema Paradiso
, tiene verso Tornatore un atteggiamento pregiudizialmente negativo,
Maléna
non è certo il film in grado di ribaltare la situazione.

Come ai tempi de
L’uomo delle stelle
, realizzato con rapidità per lasciarsi alle spalle le critiche e l’insuccesso del capolavoro
Una pura formalità
, anche
Malèna
si presenta come una pausa più leggera dopo le ambizioni de
La leggenda del pianista sull’Oceano
. In verità il film è fin troppo leggero, e rischia di piacere solo a quel pubblico italiano di gusto medio-basso di cui Tornatore potrebbe tranquillamente fare a meno. Perché, se si guarda a questa parabola regressiva sull’educazione sentimentale di un ragazzino siciliano ai tempi della seconda guerra mondiale e degli ultimi scampoli di consenso fascista, non è possibile non accorgersi con rammarico di quanto il suo stile arioso e davvero degno di chance hollywoodiane si scontri con la mediocrità di un impianto pruriginoso da cinema di puro intrattenimento. La contraddizione di
Malèna
sta dunque tutta in una mancata corrispondenza tra le istanze d’autore, riconoscibili nella durezza sconsolata con la quale si rivolge al passato e nell’ironia cinefila con cui ogni episodio reale si stempera in una citazione da film italiani e americani in voga nel Ventennio (dai western ai pepla, dai melodrammi ai cinegiornali del Luce), e un racconto puntellato da sortite voyeuristiche che culminano in puntuali atti di autoerotismo.

Non è certo la volontà di Tornatore di volare deliberatamente basso a dispiacere, quanto piuttosto la sua evidente difficoltà nel coniugare l’eleganza viscontiana, leoniana (e talvolta anche felliniana, con palesi riferimenti ad
Amarcord
e a
Roma
), con la volgarità ostentata. Che Tornatore padroneggi poco e con imbarazzo le pratiche basse, lo dimostra persino la scelta della protagonista. Monica Bellucci, alla quale Tornatore ha l’intelligenza di far pronunciare pochissime battute (come Kubrick con Marisa Berenson in
Barry Lyndon
), rimane sempre troppo sofisticata, distaccata ed eterea – nelle movenze come nell’aspetto – per poter realmente aderire alle fantasie erotiche di un adolescente immaturo e di una comunità maschile arroventata dal desiderio, e giustificare altresì la brutale violenza di un manipolo di vendicative baccanti.
(anton giulio mancino)

Lei mi odia

Per chi ha qualche dimestichezza con la sua filmografia, non è una novità che Spike Lee abbia sempre tentato di tastare il polso all’evoluzione del costume e della morale americani. Il mondo del basket
(He Got Game),
della televisione
(Bamboozled),
la vita di strada degli spacciatori neri
(Clockers)
e la riflessione sulla coscienza degli afroamericani
(Bus – In viaggio),
sono solo alcune delle tappe e dei temi della meditazione storico-sociale del regista sul suo Paese, che ha avuto l’esito più maturo ne
La 25ª ora.

Questa volta gli intenti di critica e gli agganci alla cronaca sono più scoperti che mai. Ispirato dagli scandali finanziari degli ultimi anni (i casi Enron e Worldcom su tutti), che hanno visto il crollo di giganti mondiali causato dall’avidità e amoralità del management, Lee opta esplicitamente per il pamphlet accusatorio del deficit etico della società americana, e lo fa quasi con i toni della commedia.

Protagonista è John Armstrong, «Jack» (Anthony Mackie), giovane e devoto manager di una multinazionale farmaceutica che vuole brevettare prematuramente un vaccino contro l’Aids. Il suicidio del ricercatore capo gli farà scoprire le frodi azionarie e le sottrazioni illecite del presidente Powell (Woody Harrelson). Jack fa una denuncia anonima alla Sec ma i suoi capi lo scoprono e lo licenziano in tronco, cercando in seguito di addossargli la responsabilità del crack in borsa. La sua vita sembra finita: non trova più lavoro e per giunta il suo conto è stato congelato dalla sua ex società. La svolta gli arriva in casa con la sua ex ragazza Fatima (Kerry Washington) ora lesbica convinta e donna d’affari di successo. Lei e la sua compagna Alex (Dania Ramirez) gli propongono una transazione: soldi cash perché lui le «insemini». Essere trattato come macchina riproduttiva non fa piacere, soprattutto se amavi la donna che adesso ti chiede un figlio da crescere con un’altra donna. Ma i soldi comprano anche l’orgoglio, e se poi la faccenda è trasformata in un business redditizio dalla stessa Fatima, ci si adatta: in fondo 10.000 dollari a missione, per inseminare un plotone di lesbiche con un imprenditoriale istinto materno, sono un bell’affare.

Intanto sul piano giudiziario le cose si mettono male: Jack viene arrestato e finisce sotto processo. Ma in aula saprà riscattare la sana coscienza dell’onesto americano e bacchettare l’ipocrisia del potere.

Lee, sono parole sue, ha «voluto sollevare degli interrogativi sul declino della morale e dell’etica in America» ma si è lasciato prendere la mano da uno schematismo didascalico, con un risultato ambiguo e contraddittorio nella forma e nel contenuto. Nella forma, perché l’opera parte come film di impegno civile (geniali i titoli di testa, con le immagini «fluttuanti» dei dettagli delle banconote, quasi una storia iconografica dell’America rooseveltiana); vira verso la commedia (spassosa la fase delle trattative e degli amplessi); e chiude con la soluzione più compiacente e buonista (la famiglia felice, babbo-due mamme-e figli). Nel contenuto, perché associando la denuncia della corruzione dei valori economici con quella dei valori sessuali e identitari, Lee ha posto dei nessi causali interessanti ma in cui non ha saputo districarsi, non approfondendo così né l’uno né l’altro tema. E infatti, nei punti chiave, l’impressione fastidiosa è quella dell’eccesso, ora verso una sbrigativa retorica dell’indignazione, ora verso una superficiale faciloneria nell’affrontare l’omosessualità come scelta (per lei) o come privazione (per lui), o la paternità-maternità in una famiglia omo-etero, fino allo stesso rapporto fra i sessi «rovesciato» dal denaro.

Il ritmo tiene, certo, qualche personaggio strappa un sorriso (Turturro, boss rassegnato al declino che fa l’imitazione di Marlon Brando nel
Padrino)
ma da Spike Lee era lecito aspettarsi di più.
(salvatore vitellino)

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Lei mi odia

Asterix e Obelix: missione Cleopatra

Siamo nel 52 avanti Cristo e in seguito a una scommessa tra Cleopatra e Giulio Cesare, l’architetto Numerobis deve costruire un palazzo imperiale in tre mesi di tempo. Scoraggiato dall’impresa, l’egiziano si ricorda di un racconto di suo padre riguardo un druido gallo e di una pozione magica. Trovato il gallo e la pozione, Numerobis porta i suo nuovi amici in Egitto: Asterix, Obelix, Panoramix e il piccolo cagnolino Idefix. La pozione funziona e i lavori procedono a gonfie vele, fino a quando… Secondo episodio della serie ispirata ai fumetti francesi e rispetto al primo film la qualità migliora, anche perché era decisamente impossibile peggiorare. La svolta è stata quella di togliere spazio ai due beniamini, fortemente sotto tono, e di giocare più sul contrasto tra presente e passato, che a volte, con giochi di parole e gag, si mischiano. Non certo un capolavoro, ma divertente per i più piccoli. Per i grandi, invece, da non perdere una splendida Bellucci-Cleopatra e una Lenoir-Dammenukis, bellissima ancella della regina che fa perdere la testa ad Asterix. Per il resto poco altro. (andrea amato)