Fino alla fine del mondo

In un futuro non molto lontano, la Dommartin si unisce a Hurt per una missione misteriosa intorno al mondo che condurrà alla creazione di un congegno capace di ridare la vista ai ciechi. Nato come “l’ultimo road-movie”, la storia non decolla almeno fino a metà film, mentre personaggi e soggetti sono tutti una gran confusione. Persino le ambientazioni (quindici città di quattro continenti) non sono d’aiuto. Alcuni sprazzi di brio sono dati da von Sydow, dagli effetti cinematografici ad alta definizione e da una colonna sonora composita, ma il tutto resta comunque assai deludente.

Come in uno specchio

David è uno scrittore, Minus e Karin i suoi figli, Martin il marito della ragazza. Tutti e quattro sono in vacanza su un’isola del Baltico. Karin ha una malattia mentale e sta irrevocabilmente scivolando verso una follia definitiva. David è sempre stato un genitore distante, irretito dalla vanagloria, poi sull’orlo del suicidio. Minus viene coinvolto in un rapporto incestuoso dalla sorella, prima che questa crolli definitivamente nella patologia. Ma David riconoscerà nell’amore il segno divino capace di redimere tutte queste sofferenze. Secondo Oscar a Bergman (dopo quello attribuito a La fontana della vergine ), Come in uno specchio apre la trilogia sul «silenzio di Dio», compiuta nel giro di due anni da Luci d’inverno e Il silenzio . Girato come un dramma da camera di Strindberg, Come in uno specchio fa dei propri personaggi i prigionieri di una ragnatela crudele e invisibile. Non a caso, nella sua ultima visione prima del ricovero, Karin vedrà Dio come un orrendo ragno desideroso di penetrare in lei. Unica via d’uscita, un atto d’amore puro, equivalente all’irruzione sorgiva del miracolo di La fontana della vergine . Ma le certezze di Bergman si sfaldano progressivamente… A Martin e David prestano la loro suprema e disinteressata grazia Max von Sydow e lo straordinario Gunnar Björnstrand. (francesco pitassio)

Quiller memorandum

Buono lo script di Harold Pinter su un agente segreto americano che indaga su un movimento neonazista nella Berlino degli anni Sessanta. Risalta rispetto alla maggior parte dei film di spionaggio dell’epoca. Basato sul romanzo The Berlin Memorandum di Elleston Trevor (sotto lo pseudonimo Adam Hall). 

Flash Gordon

L’imperatore del pianeta Mongo devia il corso della Luna per distruggere la Terra. Uno scienziato della NASA, il dottor Zarro, ottenuta la collabarazione del poderoso campione di football Flash Gordon, tenta di far fallire il suo piano. Perfettamente in bilico tra il godibile e il ridicolo, il film, tratto dal personaggio dei fumetti creato da Alex Raymond, può contare su una divertente scenografia kitsch e l’energica colonna sonora composta dai Queen. Sulla recitazione dello statico protagonista e dell’imbambolata Ornella Muti è meglio stendere un velo pietoso.
Flash Gordon
era già portato sullo schermo negli anni Trenta in un serial interpretato da Buster Crabbe e in una delirante versione porno del 1972 intitolata
Flesh Gordon
.
(andrea tagliacozzo)

L’esorcista

La piccola Regan dà segni di squilibrio. Medici e psicologi non riescono a trovare una valida teoria per giustificare dei comportamenti (e dei fenomeni) sempre più violenti e inspiegabili. Quando la bimba inizia non solo a trasformarsi ma a masturbarsi con crocefissi, far rotare la propria testa e far volare oggetti per la casa, la madre decide di rivolgersi a padre Karras, un sacerdote di origini greche in piena crisi esistenziale.

Infine,
L’esorcista
è tornato. Quando ormai eravamo finalmente riusciti a dormire con la luce spenta, ci tocca ricominciare tutto daccapo. Ben ventisette anni dopo, la matrice di tutto il cinema horror moderno ci ricorda ancora di che carne e che sangue siamo fatti. I filologi del genere hanno già sezionato il film per evidenziare le differenze con il final cut voluto da Friedkin nel 1973. Basti dire la leggendaria camminata da ragno si vede finalmente (e si tratta di un vedere notevolissimo) e che qui e lì, nella prima parte, Friedkin ha spruzzato in sovrimpressione immagini di Pazuzu (il demone). Quest’ultima modifica, in realtà, indebolisce un po’ la frontalità documentaria del film prima dell’intervento di Merrin, e contribuisce a situare immediatamente la vicenda sul binario del soprannaturale rassicurando – paradossalmente – lo spettatore. Il finale, poi, è quello dell’omaggio a
Casablanca
voluto da Blatty, ma quello originale (con tutti i terrori raggrumati nei colori lividi del mattino) è meglio. Insomma, spider walk a parte, bastava rieditare il film del 1973 per convincerci che il Male esiste, lasciando questi trucchetti da riedizione a gente ormai cotta come George Lucas.

Ciò detto, il film è ancora un immenso capolavoro. Friedkin, prima ancora che progenitore dell’horror moderno, è un crudelissimo cineasta che filma l’apparente tranquillità borghese come se fosse il più inquietante degli enigmi. Basti pensare agli interni glaciali che celano un orrore indicibile, un mistero che trascende linguaggio, razionalità e cultura. Da straordinario (e sadico) moralista qual è, Friedkin erode certezze (il film si apre e si chiude nel segno di «Allah Akhbar»), situa il suo dramma del Male all’interno del mondo del cinema (e non ci sono giochetti autoreferenziali ad alleviare angosce e tensioni) e mette in scena la porosità delle difese occidentali di fronte all’irrompere del rimosso, dell’alterità.

Pazuzu (demone iracheno che Burroughs invoca, tra gli altri, in «Città della Notte Rossa», definendolo «Signore delle Febbri e delle Pestilenze») si beffa dei sacerdoti e sferra un terribile attacco alla nostra coscienza. Friedkin l’ha sempre saputo: il mondo non è un posto tranquillo dove abitare e senz’altro sottoscriverebbe l’affermazione di Swedenborg, il quale era convinto che «se gli spiriti del Male potessero sentire di essere collegati all’uomo e di essere insieme distinti da lui, e potessero entrare fisicamente nel suo corpo, cercherebbero in mille modi di distruggerlo».
(giona a. nazzaro)

La più grande storia mai raccontata

Una versione della vita di Gesù realizzata con toni particolarmente spettacolari, senza badare a spese, con un gruppo d’attori di primissimo piano. Il regista George Stevens – che nel 1956 aveva infatti vinto l’Oscar per miglior regia con
Il gigante
– sembra avere la mano particolarmente pesante, incapace di dare una forma decente e il necessario spessore a una vicenda arcinota.
(andrea tagliacozzo)