Domenica d’agosto

Varie vicende di bagnanti a Ferragosto, al lido di Ostia: un ragazzo e una ragazza di modesta condizione si fingono ricchi uno agli occhi dell’altra, due signori sposati hanno un breve incontro, un giovane finirà in galera… Forse il capolavoro di Emmer, certo il film più indicativo della sua «maniera», oltre che il prototipo di tutti i
Sapore di mare
a venire. Il brulicare dei personaggi, le osservazioni minute, il perfetto intreccio delle storie (la lista degli sceneggiatori allinea – oltre allo stesso Emmer – Sergio Amidei, Franco Brusati, Giulio Macchi e Cesare Zavattini) colgono con leggerezza quasi francese la commedia dello scorrere del tempo. Qui un giorno, un anno scolastico in terza liceo: il tempo di tutti i lavori di Emmer è ciclico e conchiuso. E nei suoi personaggi al limite tra proletariato e piccola borghesia c’è un populismo che fa pensare a un Pasolini ante litteram, riletto in una chiave «rosa». Non a caso Sergio Citti rifarà il film in versione fiabesca e trucida con Casotto, trent’anni dopo.
(emiliano morreale)

Le ragazze di Piazza di Spagna

Un professore racconta le storie di tre ragazze: una rinuncia a sogni impossibili, un’altra giunge a meditare il suicidio ma poi ci ripensa, e un’altra ancora (bassissima) cerca uomini altissimi. 

Neorealismo rosa allo stato puro, con tutta la grazia appena un po’ leziosa e tutta la svagatezza di Luciano Emmer, un piccolo maestro di rara eleganza. Piccola borghesia cittadina, personaggi femminili minimi osservati finemente, malinconia quasi crepuscolare. E poi c’è la bellezza – oggi quasi commovente – delle italiane degli anni Cinquanta: Lucia Bosè, Cosetta Greco, Liliana Bonfatti, con un giovanissimo Mastroianni di contorno.

Artigianato d’altri tempi, con una qualità della messinscena oggi impensabile. Alla sceneggiatura impeccabile partecipa Sergio Amidei, il narratore è Giorgio Bassani, e c’è anche una comparsata di Eduardo De Filippo. All’epoca sembrava «disimpegno», oggi l’ingenuità stessa del film è un documento storico. Non è ancora commedia all’italiana: è qualcosa di meno (nell’analisi sociale) e di più (nell’assenza di cinismo, nel candore).
(emiliano morreale)

Una domenica d’agosto

La gente di Roma, in un’assolata e afosa domenica d’estate, si divide tra quei pochi che restano in città e quelli, invece, che decidono di trascorrere la giornata al Lido di Ostia. Le storie di alcuni di questi s’intrecciano in un alternarsi di episodi ora comici, ora drammatici. Una gradevolissima commedia di costume, classico esempio di «neorealismo rosa». Un giovane Mastroianni, in uno dei suoi primi film, è curiosamente doppiato da Alberto Sordi.
(andrea tagliacozzo)

La ragazza in vetrina

Il film che interrompe bruscamente la carriera di Emmer, poi divenuto uno dei principali registi di
Carosello
. Un insuccesso, anche a causa dei gravi problemi di censura (i tagli sono stati reintegrati, fin troppo scrupolosamente secondo il regista, solo qualche anno fa, e si spera che questa che va in onda sia la versione «ripristinata»). È il suo film più duro, che si getta alle spalle ogni traccia di «neorealismo rosa» e sconfessa la nascente commedia all’italiana. Una storia di emigrati italiani in Olanda (la tragedia della miniera di Marcinelle, in Belgio, era di pochi anni prima), la storia di un fine settimana, di un’impossibile storia d’amore, di puttane esposte in vetrina e di impossibili fughe dallo squallore quotidiano. Le scene in miniera sono impressionanti, il film si sfilaccia nella seconda parte e non può osare fino in fondo, ma rimane un tentativo di grande coraggio. Il soggetto è di Rodolfo Sonego, tra gli sceneggiatori c’è Pier Paolo Pasolini.
(emiliano morreale)

Una lunga, lunga, lunga notte d’amore

Il film è diviso in sei episodi, tutti ambientati durante la notte del 21 dicembre. Marcello, giornalista in crisi, incontra una ragazza francese alla stazione di Torino. La giovane e provocante Irene scappa di casa, inseguita dai messaggi al telefonino del consorte. L’estetista Egle sta per sposarsi, ma trascorre un’intensa notte d’amore con Gabriele, dipendente gay innamorato di lei. L’ansiosa Carla, che intrattiene una relazione con lo sposato Alfonso, tormenta la sua vicina Cristina con mille ossessioni. Teresa, ventenne con l’hobby della radiotrasmittente, conosce Andrea, un ragazzo appassionato di vela. Infine un bastardino si innamora di una barboncina tenuta in ostaggio dalla sua padrona isterica.

Undici anni dopo
Basta! Ci faccio un film
, Emmer ritorna dietro la macchina da presa. «Scritto e filmato da Luciano Emmer», affermano i titoli di coda. E non può non far piacere questo riaffermare la centralità di una soggettività che si schiera e prende posizione, che si dichiara ed esce allo scoperto. E probabilmente è proprio questa la dimensione più autentica di
Una lunga, lunga, lunga notte d’amore
: un diario intimo polifonico che si focalizza sugli smarrimenti minimi del cuore. Purtroppo, nonostante il tratto volutamente naif di Emmer (l’episodio dei cani), il film denuncia una sfasatura drammatica tra intenzioni, desiderio di perdersi e programmaticità dell’assunto – l’insostenibile pesantezza di amori solo sognati, desiderati – che raramente riesce a farsi anche commozione e progetto di cinema.

Le premesse per una pellicola volutamente sgrammaticata, libera, in grado di intercettare battiti del cuore e fremiti di seduzioni c’erano tutte, ma è come se fossero state inibite dalla consapevolezza di Emmer di dover realizzare una minuscola operina dalle ambizioni inversamente proporzionali alle sue dimensioni. A tutto ciò si aggiunga una sceneggiatura decisamente «troppo scritta» e didascalica. In questo modo, del film di Emmer si finisce per apprezzare solo le nobili intenzioni. Nonostante Jacques Brel.
(giona a. nazzaro)