Le ragazze di Piazza di Spagna

Un professore racconta le storie di tre ragazze: una rinuncia a sogni impossibili, un’altra giunge a meditare il suicidio ma poi ci ripensa, e un’altra ancora (bassissima) cerca uomini altissimi. 

Neorealismo rosa allo stato puro, con tutta la grazia appena un po’ leziosa e tutta la svagatezza di Luciano Emmer, un piccolo maestro di rara eleganza. Piccola borghesia cittadina, personaggi femminili minimi osservati finemente, malinconia quasi crepuscolare. E poi c’è la bellezza – oggi quasi commovente – delle italiane degli anni Cinquanta: Lucia Bosè, Cosetta Greco, Liliana Bonfatti, con un giovanissimo Mastroianni di contorno.

Artigianato d’altri tempi, con una qualità della messinscena oggi impensabile. Alla sceneggiatura impeccabile partecipa Sergio Amidei, il narratore è Giorgio Bassani, e c’è anche una comparsata di Eduardo De Filippo. All’epoca sembrava «disimpegno», oggi l’ingenuità stessa del film è un documento storico. Non è ancora commedia all’italiana: è qualcosa di meno (nell’analisi sociale) e di più (nell’assenza di cinismo, nel candore).
(emiliano morreale)

Questa è la vita

Il film è composto da quattro episodi, tratti da altrettante novelle di Luigi Pirandello:
La giara, Il ventaglino, La patente
e
Marsina stretta
. Il migliore è il terzo, con uno strepitoso Totò nella parte di un potente jettatore che chiede alle autorità una patente, un certificato ufficiale che gli permetta di guadagnare denaro con le sue straordinarie, ma terribili qualità.
(andrea tagliacozzo)

Non c’è pace tra gli ulivi

Tornato dalla seconda guerra mondiale, dopo aver cercato invano lavoro, Francesco ruba delle pecore a un pastore che si è arricchito ai suoi danni. Ma questi, con lo scopo d’insidiarne la fidanzata, riesce a far condannare Francesco a quattro anni di carcere. Giuseppe De Santis, che l’anno precedente aveva ottenuto un grande successo con
Riso Amaro,
riprovò a bissarne gli esiti con un altro dramma a sfondo sociale, molto raffinato nella messa in scena, stilisticamente agli antipodi dell’allora imperante neorealismo.
(andrea tagliacozzo)

Cronaca di un amore

Primo film di Michelangelo Antonioni, all’epoca trentottenne, che qualche anno prima aveva avuto un’esperienza (alquanto traumatica) come aiuto-regista di Marcel Carné. Un industriale milanese, sposato a una giovane di Ravenna, fa compiere delle indagini sul passato della moglie. Un amico di quest’ultima, in gioventù innamorato della ragazza, intuisce la cosa e si reca a Milano per avvertirla. Fin da questo suo esordio, nel bene e nel male (a seconda dei gusti e dei punti di vista), il cinema di Antonioni ha già quelle caratteristiche che si ritroveranno nelle opere successive del regista: ritmi lenti e piani sequenza interminabili nell’analisi lucida e spietata dei tormenti esistenziali dei protagonisti. (andrea tagliacozzo)

La signora senza camelie

Una commessa divenuta starlette di pellicole dozzinali sposa un produttore per fare il salto di qualità e darsi al cinema impegnato. Il film che gira è un fiasco: il marito finisce sul lastrico e ben presto si giunge al divorzio. La donna torna a recitare in un filmetto senza pretese per risollevare le proprie sorti, ma tutto va male. Un tagliente affresco sul mondo di Cinecittà, con titolo che parodia il celebre romanzo La signora delle camelie. Film di transizione.

Harem Suare

Una ragazza europea entra a far parte dell’harem del sultano della Turchia. Alleandosi con un eunuco, cerca di diventare la favorita: ma l’impero sta per crollare, l’harem sarà distrutto e le donne si disperderanno. La vicenda si snoda in una serie di flashback a incastro, nel racconto della superstite. La storia (vera) è straordinaria, ma il film è in gran parte un’occasione mancata. Perché Özpetek, esordiente con il pregevole Hamam – che era un film sulla seduzione e la violenza del vicino Oriente, narrato quasi in prima persona – qui fatica a vedere attraverso gli occhi di un’europea trascinata nei rapporti di forza e di fascino dell’harem. E così maschera il racconto tra drappeggi neanche tanto sontuosi (il film è piuttosto povero), tentando il mélo viscontiano ma rimanendo sempre a una certa distanza dai personaggi. La costruzione finisce perciò col diventare artificiosa, e del film si intuisce innanzitutto ciò che poteva essere.
(emiliano morreale)