Irma Vep

Appassionata e penetrante satira del cinema e del disordine che circonda il processo della creazione cinematografica. Un’attrice hongkonghese di film d’azione (Cheung, nella parte di sé stessa) arriva a Parigi per lavorare in un remake della serie Les Vampires (1915-16) di Louis Feuillade. Comunque, l’ispirazione per il suo personaggio non è tanto Feuillade quanto la Catwoman di Michelle Pfeiffer di Batman — Il ritorno. Zeppo di riferimenti cinematografici e di critica mordente della cinematografia contemporanea. Per inciso, il titolo è l’anagramma di “Vampire”.

Tre vite e una sola morte

Al clan dei ruiziani di provata fede, non immuni da quel pizzico di compiacimento che si prova a far parte delle carbonerie, non parve vero di poter finalmente assistere a un film del proprio idolo nientemeno che in una…ordinaria sala cinematografica, lontani per una volta dall’atmosfera vagamente blasé di festival e rassegne. Tutto ciò accadeva nel ’96 e quasi esclusivamente per merito della presenza del Marcello nazionale, qui impegnato in una delle sue ultime apparizioni. Da allora il «miracolo» si è ripetuto a cadenze regolari, con
Genealogia di un crimine
e il parziale infortunio di
Autopsia di un sogno
, fino al temerario adattamento proustiano de
Il tempo ritrovato
passato sugli schermi non più di qualche mese fa. Certo le folle non sono state oceaniche, ma se non altro qualche spettatore in più ha potuto sperimentare direttamente il vorticare di ombre, fantasmi, sdoppiamenti e striplamenti (?) di personalità, paradossi spazio-temporali, decessi e relative resurrezioni che anima le invenzioni di questo cineasta vagabondo e senza bandiere, prolifico ai limiti dell’incontinenza e nemico dichiarato di ogni continuità logico-razionale. Ironia e scetticismo come antidoto alla dolorosa incomprensibilità del mondo: c’è chi si ostina a scambiare i film di Ruiz per sfiziose elucubrazioni intellettuali; lui però non desiste e seguita a investigare, a modo suo, i meandri dell’inconscio, magari con mano meno felice di un tempo ma sempre mille miglia lontano dall’imperante banalità che opprime le nostre visioni.
(marco borroni)

La lettera scarlatta

Avvincente versione del classico di Hawthorne già portato varie volte sullo schermo, con la Berger che interpreta Hester Prynne, Blech è Roger Prynne e Castel il reverendo Dimmesdale. Anche se manca la spontaneità di altri film del primo Wenders, c’è molto su cui riflettere e di cui godere: in particolare, il ritratto che Wenders fa dei coloni immigrati nel New England. Rifatto nel 1995. Girato in Spagna.

Gli occhi, la bocca

Deprimente pappa pretenziosa riguardo gli effetti del suicidio di un uomo sul fratello-attore (Castel), sulla madre (Riva) e sull’amante incinta (Molina). A un certo punto Castel e Molina guardano I pugni in tasca, altro film girato da Bellocchio e interpretato da Castel. Suggeriamo agli spettatori di fare lo stesso.

Manila paloma blanca

Carlo Carbone è un barbone torinese, sofferente di una patologia psichica. Una volta era un attore affermato, ora si trascina in un purgatorio fatto di assistenza sociale, figure altrettanto disturbate, miseria urbana. Un giorno conosce Sara, una donna raffinata e legata alla comunità ebraica di Torino; nello stesso periodo ha l’occasione di tornare a scrivere un copione. Quanto durerà? «Manila paloma blanca!». Con questo urlo lancinante, da bestia ferita e irredenta, si apre il film omonimo di Daniele Segre. È la voce di Carletto Colnaghi a lanciarlo, bucando il diaframma dello schermo. Operazione vampiresca condotta sulla pelle e la carne di un attore effettivamente schizoide, la finzione
Manila paloma blanca
svela le carte del cinema documentario di Segre: nella migliore tradizione dell’instant movie italiano, la sua ricerca sull’emarginazione nel nostro Paese gode sempre di un’acuta intelligenza della spettacolarità del mostruoso. Il milieu ebraico, da cui Segre stesso proviene, e i gironi infernali dei servizi pubblici sono rappresentati con rara sensibilità. Tra gli intepreti, Lou Castel incarna con putrida stasi i panni di un drop-out.
(francesco pitassio)