Thelma and Louise

Thelma, una casalinga frustrata, decide di prendersi qualche giorno di libertà scorrazzando per le autostrade americane assieme all’amica Louise. Durante una sosta in un night-club, Thelma rischia di essere violentata. Louise uccide l’assalitore e le due si ritrovano improvvisamente ricercate dalla legge. Road-movie tutto al femminile, indubbiamente ben congegnato e realizzato, anche se l’elogio filofemminista sembra studiato a tavolino, non senza un pizzico di furbizia e calcolo commerciale. Comunque brave la Davis e la Sarandon. Il migliore, però, è Harvey Keitel nel ruolo del poliziotto comprensivo.
(andrea tagliacozzo)

Nome in codice: Nina

Un’orrenda, patinata Hollywoodizzazione di Nikita, in cui una criminale punk (Fonda) viene reclutata dal governo statunitense per compiere una sparatoria in un ristorante Chi Chi di Washington (senza alcuna copia del Washington Post in vista). Non troverete una sola genuina emozione fino a quando compare Mulroney; e anche dopo, non molte di più.

Buffalo Bill e gli indiani

L’idea di Altman è che Buffalo Bill fosse un imbroglione con manie di grandezza, e insiste su questo punto per due ore. Non privo di interesse, il film affronta il tema del rapporto tra realtà e leggenda in un prodotto ibrido falsato dai tagli del produttore Dino De Laurentiis che modificarono sotanzialmente il montaggio, ma si tratta diuno dei film più noiosi del regista. Orso d’oro a Berlino.

Il mondo nuovo

Fuggito dalla corte di un principe boemo, l’ormai invecchiato Giacomo Casanova si unisce ai passeggeri di una diligenza che da Parigi è diretta a Verdun. Poco più avanti, sulla strada, la carrozza reale, con a bordo il re di Francia e la consorte Maria Antonietta, cerca di raggiungere la frontiera austriaca per scampare all’ira dei rivoluzionari. Scola parla di Rivoluzione Francese, ma i riferimenti ai giorni nostri si sprecano. Il risultato, però, è solo a tratti interessante. La sceneggiatura, scritta dal regista assieme a Sergio Amidei, e gli splendidi costumi di Gabriella Pescucci si aggiudicarono il David di Donatello.
(andrea tagliacozzo)

Ehi… ci stai?

Jack, un ragazzo che si guadagna da vivere insegnando il baseball ai bambini di una scuola, s’innamora di Randy, una giovane con una disastrosa vita familiare: il padre della ragazza, dedito all’alcool, è indebitato fino al collo con un boss mafioso. Prodotto fin troppo leggerino, tenuto in piedi dalla simpatia dei due protagonisti. Molly Ringwald è stata lanciata dal regista John Hughes che l’ha voluta come protagonista in
Sixteen Candles
e a
Breakfast Club.
(andrea tagliacozzo)

Pulp Fiction

Ormai è un fatto:
Pulp Fiction
è uno dei film più importanti del decennio. Non tanto per le sue presunte innovazioni narrative (che non ci sono), quanto per l’atteggiamento nei confronti del cinema e del mondo, che è ben più importante. Un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia, e le sue inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali. Tarantino è forse il primo regista cinefilo da home-video e non da sala. Ma la sua sensibilità – chiamiamola «pulp» – è una delle declinazioni contemporanee del tragico: «pulp» è l’opposto di «introspezione», la sua agghiacciante alternativa postmoderna, nocciolo essenziale e principio distruttivo.
(emiliano morreale)

Lo sguardo di Ulisse

A., cineasta greco esiliato negli Stati Uniti, torna nella sua città natale, Ptolemais, per la prima di un suo film ma soprattutto per ritrobare i negativi del primo film greco, girato all’inizio del secolo dai fratelli Manakias. Moderna odissea di un intellettuale alla ricerca delle proprie radici professionali e storiche, il film di Angelopulos è ineguale e frammentario, ha momenti di grande commozione ma anche troppe concessioni a un’idea di cinema autoriale. L’idea di chiudere il film con un non-finale è comunque un atto di coraggio. Gran Premio della Giuria a Cannes, accolto dal regista con la smorfia di chi si aspettava la Palma d’Oro.