Il mucchio selvaggio

Molti cinefili piangono, alle pellicole di Peckinpah: quando Randolph Scott non vuol farsi vedere da Joel McCrea mentre muore (
Sfida nell’Alta Sierra
), o quando Warren Oates inveisce sulla tomba della donna amata (
Voglio la testa di Garcia
). Anche il suo capolavoro,
Il mucchio selvaggio
, si vede con un groppo in gola: un film di violente emozioni e un barbaro monumento a un’America che scompare. I protagonisti sono banditi che cercano riscatto, reietti come solo il cinema americano di quegli anni poteva permettersi di mostrare (mentre Peckinpah gira, a Woodstock suonano); ma quando entrano nel villaggio messicano al suono della «Golondrina» siamo oltre il limite del melodramma. Peckinpah è forse l’ultimo vero regista americano: al suo confronto persino Clint Eastwood è un auteur europeo, da «Cahiers du cinéma». Il mucchio selvaggio dà la vertigine, attraversa le vene dell’America, e nello sbalorditivo massacro finale (uno dei picchi della storia del cinema statunitense), partito da John Ford, giunge fino a Jackson Pollock.
(emiliano morreale)

Benedizione mortale

Seguendo l’assassino del marito, una vedova e due sue amiche vengono terrorizzate da una setta violenta che si è stabilita nelle vicinanze ed è guidata dal padre (Borgnine) del defunto. A metà fra horror e thriller, di ambientazione rurale, include alcune scene potenti ma diventa confuso e persino stupido, in particolare nel finale.

Quella sporca dozzina

Durante la seconda guerra mondiale, alla vigilia dello sbarco in Normandia, un ufficiale americano riceve l’incarico di distruggere una base nazista in Francia. Gli uomini per la rischiosa impresa vengono reclutati tra la feccia di un carcere militare: ai dodici prescelti viene promessa la libertà a missione compiuta. Un entusiasmante film bellico, spettacolare e ricco d’azione, diretto da Robert Aldrich con stile secco ed efficace. Ottimo il cast. Del film verranno realizzati tre sequel, nessuno dei quali minimamente all’altezza dell’originale. (andrea tagliacozzo)

Da qui all’eternità

Adattamento sotto tono ma pur sempre vigoroso del romanzo di James Jones sulla vita in una base dell’esercito alle Hawaii poco prima di Pearl Harbor. Il racconto dell’attacco a sorpresa dei giapponesi mescola indimenticabili scene d’azione con veri filmati dei combattimenti. Magnifica la recitazione di tutto il cast, compreso Sinatra al suo “ritorno” nel ruolo dello sfortunato soldato Maggio. Otto Oscar, fra cui miglior film, regia, sceneggiatura (Daniel Taradash), fotografia (Burnett Guffey) e attori non protagonisti (Sinatra e la Reed) e altre cinque nomination. Rifatto nel 1979 come miniserie tv, che a sua volta diede origine a una breve serie.

Supponiamo che dichiarino la guerra e nessuno ci vada

Un titolo orribile nasconde una decisa satira sui difficili rapporti tra una città di provincia e la vicina base militare fino all’inevitabile punto di rottura. Non ci sono dei veri “buoni” in questo insolito film; non è privo di difetti, ma certamente merita un’occhiata. L’idea fu poi ripresa in Tank. Rititolato War Games per la tv.

Small Soldiers

Un produttore di giocattoli troppo entusiasta mette dei microchip militari nei nuovi pupazzi da combattimento; si scatenerà l’inferno quando questi dichiareranno guerra ai giocattoli “nemici”. Una buona premessa indebolita da una sceneggiatura prevedibile. L’animazione al computer è straordinaria e il regista Dante ci mette un po’ di chicche per cinefili, usando membri del cast di Quella sporca dozzina e di This Is Spinal Tap per le voci, e la musica di La moglie di Frankenstein nei momenti chiave. Ultimo film di Hartman. Super 35.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Tratto dall’omonimo romanzo di Erich Maria Remarque (già portato sul grande schermo nel 1930 da Lewis Milestone con il titolo
All’Ovest niente di nuovo
), il film narra la storia di un gruppo di studenti austriaci, tra i quali il sensibile Paul, che nel 1914 partono volontari per la guerra, scoprendone tutti gli orrori. Il budget limitato e lo stile paratelevisivo annacquano i buoni propositi del testo originale di Remarque. Delbert Mann torna a dirigere Borgnine dopo molto anni dal successo di
Marty
, che nel ’55 valse ai due un meritato Oscar (al primo per la regia, al secondo come miglior attore).
(andrea tagliacozzo)