Tre vite e una sola morte

Al clan dei ruiziani di provata fede, non immuni da quel pizzico di compiacimento che si prova a far parte delle carbonerie, non parve vero di poter finalmente assistere a un film del proprio idolo nientemeno che in una…ordinaria sala cinematografica, lontani per una volta dall’atmosfera vagamente blasé di festival e rassegne. Tutto ciò accadeva nel ’96 e quasi esclusivamente per merito della presenza del Marcello nazionale, qui impegnato in una delle sue ultime apparizioni. Da allora il «miracolo» si è ripetuto a cadenze regolari, con
Genealogia di un crimine
e il parziale infortunio di
Autopsia di un sogno
, fino al temerario adattamento proustiano de
Il tempo ritrovato
passato sugli schermi non più di qualche mese fa. Certo le folle non sono state oceaniche, ma se non altro qualche spettatore in più ha potuto sperimentare direttamente il vorticare di ombre, fantasmi, sdoppiamenti e striplamenti (?) di personalità, paradossi spazio-temporali, decessi e relative resurrezioni che anima le invenzioni di questo cineasta vagabondo e senza bandiere, prolifico ai limiti dell’incontinenza e nemico dichiarato di ogni continuità logico-razionale. Ironia e scetticismo come antidoto alla dolorosa incomprensibilità del mondo: c’è chi si ostina a scambiare i film di Ruiz per sfiziose elucubrazioni intellettuali; lui però non desiste e seguita a investigare, a modo suo, i meandri dell’inconscio, magari con mano meno felice di un tempo ma sempre mille miglia lontano dall’imperante banalità che opprime le nostre visioni.
(marco borroni)

Caramelle da uno sconosciuto

Un maniaco armato di rasoio uccide alcune prostitute. Le altre mondane, impaurite ma decise a continuare il loro lavoro, fanno quadrato per catturare il responsabile degli omicidi, mentre intanto si premuniscono di uno speciale spray per difendersi dai malintenzionati. Nonostante le precauzioni, il misterioso assassino colpisce ancora. Un film tanto presuntuoso quanto malriuscito, con un cast d’attori (anzi, d’attrici) per niente disprezzabile ma banalmente sprecato.
(andrea tagliacozzo)

Un amore su misura

Una donna perfetta: alta, bionda, con un fisico statuario, magari anche intelligente e accondiscendente, mai gelosa ma sempre comprensiva, pronta a fare della felicità del proprio compagno l’unico scopo della sua vita. Almeno una volta questo è stato il sogno di tutti uomini. Certo non è facile trovare donne del genere e allora perché non farsene una
su misura?

L’ingegner Corrado Olmi, dopo quindici anni di vita coniugale senza scosse, senza sorprese e senza forti emozioni viene lasciato dalla moglie Carla e non riesce a darsi pace. Un luogo di conforto è il ristorante degli amici di una vita, Erminio e Giudy, una coppia gay caratterizzata da alti e bassi. Una sera Corrado viene avvicinato da un distinto signore tedesco, Schwarzkopf, incaricato dalla multinazionale giapponese Yono-Cho di trovare un uomo solo, adatto a testare la sua ultima invenzione: tramite un complesso processo di raffinazione del petrolio è stato scoperta una molecola che rende possibile la creazione di esseri umani che, sebbene artificiali, hanno la straordinaria possibilità di poter essere plasmati a seconda delle esigenze di ognuno.

La recensione

A più di dieci anni dall’ultima apparizione sul grande schermo in
Papà dice messa,
Renato Pozzetto interpreta e dirige
Un amore su misura.
Un film quasi a gestione familiare: il comico è anch

Lezioni di volo

Pollo e Curry sono amici per la pelle. Il primo è italiano, il secondo è indiano ma è stato adottato da una famiglia italiana. Bocciati all’esame di maturità, decidono di fare un viaggio in India. Uno farà i conti con le proprie radici, l’altro troverà l’amore.

Sotto il vestito niente

Un giallo ambientato nella “‘Milano da bere”. Un ranger americano ha una visione in cui sua sorella viene uccisa a forbiciate. Corre allora in Italia per verificare che lei sia ancora viva. Ma la sorella, che fa la fotomodella, è scomparsa. In compenso, il bel ragazzo conosce altre modelle, che lo aiuteranno nell’impressa di trovare la sorella, coinvolgendolo anche in qualche scenetta softcore. Pessima imitazione di Omicidio a luci rosse, che dalla prima all’ultima scena diventa un polpettone con quella giusta dose di eros e suspense che, in Italia, attirò anche un buon numero di spettatori al botteghino.

Willy Signori e vengo da lontano

Il cronista di un quotidiano viene coinvolto in un incidente stradale nel quale un uomo perde la vita. Accusato dalla fidanzata di questi, una giovane in stato interessante, di essere il responsabile dell’accaduto, il giornalista, turbato dal rimorso, decide di occuparsi di lei e del bambino che dovrà nascere. Francesco Nuti muove inutilmente la macchina da presa e cerca inquadrature con angolazioni inusuali, incurante, però, di avere tra le mani una sceneggiatura quasi ridicola (scritta dallo stesso Nuti con Ugo Chiti). Ai limiti del sopportabile.
(andrea tagliacozzo)

Come te nessuno mai

Silvio è un adolescente liceale romano. Ha una sorella minore saputella e apparentemente un po’ sfigata, il padre ex sessantottino ora borghese inquadrato come la madre, un fratello maggiore in crisi con la fidanzata, e tanti amici. Quello che l’ha già fatto e racconta, con molta fantasia, il suo rapporto con la ragazza e quelli, come lui, ancora vergini. Ma a scuola scatta l’occupazione. Mentre scorre velocemente sullo schermo una panoramica con le principali tribù di adolescenti romani, Silvio lotta con i genitori per passare la notte nella scuola occupata. Più della politica può però Valentina, in crisi con Martino, amico di Silvio. Un bacio nell’archivio della scuola occupata, le chiacchiere di Ponzi, il miglior amico cui ha confidato l’evento, un pugno in un occhio di Martino fanno naufragare la «prima volta» sognata. E anche la notte a scuola. C’è però un’altra ragazza, Claudia, che da «sei mesi pensa a lui». Lei è pensierosa e cupa, ma per Silvio è una tenerissima scoperta… Gabriele Muccino al suo secondo film. Dopo
Ecco fatto,
dove un diciottenne ripetente era alle prese con il primo rapporto serio, Muccino guarda ai sedicenni di fine anni Novanta. Prima di scrivere il film, ha «messo sotto torchio» il fratello minore Silvio e la coetanea Adele Tulli, entrambi nel cast. Per farne un ritratto non banale. Il film si snoda attraverso tre giorni della normale vita di questi ragazzi. Con relative liti in famiglia («A che cosa vi è servito il Sessantotto se siete più borghesi di quelli contro cui combattevate», grida Silvio a mamma Anna Galiena e papà Luca De Filippo), discorsi dei ragazzini sulle coetanee (e viceversa), telefonate a casa dalla questura dopo la retata a scuola, una madre un po’ sconfortata ma che cerca comunque di capire questi figli che stanno crescendo, sesso più parlato (per ora) che praticato, paure, ansie, aspettative, ribellioni. E tanta simpatia (anche se sfugge qualche battuta ai non romani). Buona prova alla regia di Muccino sr. E ottima sceneggiatura. Oltre a un cast di ragazzi che mostrano se stessi in modo assolutamente veritiero e naturale. Tre giornate per crescere. Chi è adolescente si riconosce, chi ci è già passato guarda a quel periodo con lieve e divertita tenerezza.