L’abbraccio perduto

Nitido. Il giovane regista e produttore argentino Daniel Burman, classe 1973, confeziona un film povero di mezzi ma ricco di sentimenti che ha convinto la giuria della Berlinale a conferirgli l’Orso d’argento. Di tre anni più giovane il protagonista della pellicola, Daniel Hendler, che pure ha vinto l’Orso d’argento. Ma andiamo con ordine…
Nella piccola comunità ebraica del quartiere Once di Buenos Aires, formata principalmente da commercianti, vive la leggenda del papà di Ariel (Daniel Hendler), andato a combattere in Israele appena dopo la sua nascita. «Uno non va a tagliare il pene ai figli per poi sparire per vent’anni, così come se niente fosse. Non è giusto», è la convinzione del giovane. Per fuggire al proprio passato e a un presente fatto di decadenza e smarrimento per la crisi economica che attanaglia il Paese, Ariel medita di chiedere il passaporto polacco e andare a terminare in Europa gli studi di Architettura interrotti per aiutare la madre (Adriana Aizenberg) nel suo negozio di biancheria intima femminile. Ma gli eventi prenderanno una piega inaspettata. Varsavia attenderà invano…
Burman, al suo terzo lungometraggio, centra il bersaglio con una pellicola minimale, fatta di dialoghi, emozioni, fulminanti e divertenti istantanee sulla precarietà determinata dalla crisi economica. Ambientata nella comunità ebraica di Buenos Aires, la narrazione acquista un respiro più ampio, nella quale gli echi della Storia del secolo passato risuonano senza retorica. Burman, produttore tra l’altro di Garage Olimpo di Bechis e dei Diari della motocicletta di Salles, nei cinema proprio in questi giorni dopo i consensi ottenuti al recentissimo Festival di Cannes, rappresenta oggi il volto di un’Argentina giovane e determinata che vuole reagire alle traversie attuali con un cinema povero di mezzi ma ricco di idee. Una lezione forse appresa proprio dalle nostre parti, qualche anno fa. Nitido.
(enzo fragassi)