La maledizione dello Scorpione di Giada

CW Briggs è un investigatore di una compagnia assicurativa. È il 1940. All’improvviso arriva nella società una nuova dirigente, nonché amante del titolare della compagnia, che deve rimettere ordine negli uffici secondo metodi razionali e più moderni. Immediata antipatia tra i due. Durante uno spettacolo finiscono sul palco nelle mani di un ipnotizzatore. Sembra finita lì. In realtà, cominciano a verificarsi una serie di furti e il primo sospettato è proprio CW. Tutta colpa dello scorpione di giada che è servito per l’ipnosi. Naturalmente, tra i due colleghi che si detestano scoppia l’amore… Ultimo film di Woody Allen, garbato, carino, una battuta dietro l’altra (ma senza risate a crepapelle), ben fatto, dialogo filante, con accurate e seppiate ricostruzioni degli ambienti. Poi c’è la bellona seduttrice (Charlize Theron), c’è l’odiosa collega che sotto sotto è dolce (Helen Hunt e le sue smorfie), c’è un omettino, lo stesso Allen, che sembra sempre più gracile e indifeso, ma in realtà riesce a sfoderare armi alla Humphrey Bogart. Si ride, ma soprattutto si sorride. Una commedia classica sentimental-gialla senza trovate particolarmente originali né esilaranti. Comunque un film che mette di buon umore. Può essere abbastanza.

Lady L

Sesta regia dell’attore inglese Peter Ustinov. Durante il periodo napoleonico, la giovane lavandaia Louise s’innamora di Armand, ladro dal cuore tenero, braccato dalla polizia di Parigi. Fugge con l’uomo in Svizzera per rifarsi una vita, ma l’irrequieto Armand entra a far parte di una organizzazione terroristica che vuole uccidere il re di Baviera. A dispetto dei grandi nomi del cast, un film non molto riuscito. (andrea tagliacozzo)

L’amore non va in vacanza

Una giornalista londinese insegue il peggiore degli amori perché lui sta per sposarsi con un’altra e in più le chiede di rimanergli amico. Ma soprattutto lui è ciò che la lingua inglese, con un mirabile esempio di sintesi linguistica, definirebbe un perfetto
asshole.
Dall’altra parte dell’oceano, a Los Angeles, un’altra donna, bellissima e in carriera, l’amore lo avrebbe anche, ma il verme la tradisce. Per un caso fortuito le due si incontrano in una chat di persone che fanno scambio di case. Quale migliore occasione per cambiare aria per un paio di settimane, staccando con tutto e con tutti, alla ricerca di un po’ di serenità e, perché no, dell’uomo giusto?

Le miniere di re Salomone

Remake della storia di H. Rider Haggard è dotato di una raffinata produzione con il trio Granger-Kerr-Carlson trio che guida un safari in cerca delle leggendarie miniere di diamanti. Scritto da Helen Deutsch. Ha vinto un Oscar per la fotografia (Robert Surtees) e il montaggio; il metraggio in eccesso è stato usato in Watusi e in altri successivi film della giungla.

L’uomo e il diavolo

Dramma storico ben recitato e prodotto con cura, tratto dal romanzo di Stendhal, su un uomo di umili origini (Philipe) e sulla sua ossessione di emergere nella società della Francia del 1830. La Darrieux e la Lualdi sono le donne della sua vita. Rifatto per la tv francese nel 1997. Conosciuto anche con il titolo Il rosso e il nero.

L’amore che non muore

Se Emir Kusturica fosse stato Depardieu, se Juliette Binoche si fosse ispirata a Isabelle Adjani, se Daniel Auteuil avesse visto meno Callaghan, se Patrice Leconte avesse omaggiato il maestro Truffaut, allora
L’amore che non muore
sarebbe stato un film meno
ridicule
di quello che è. Ovvero un mélo frigido che tenta disperatamente di scaldarsi mettendo in scena i temi dell’amore e della morte, del peccato e del perdono, del fatalismo e della volontà attraverso le figure di un povero marinaio (Kusturica) condannato a morte per aver ucciso un uomo in stato di ubriachezza, di un capitano (Auteuil) cui è affidata la custodia del prigioniero, e della moglie di questi (Binoche) pronta a subire il fascino selvaggio del marinaio e a lavorare alla sua redenzione. Gli elementi per realizzare il corrispettivo del romanzo sentimentale ci sono tutti, salvo che nulla porta alla passione e niente innalza la tragedia. Il film si trascina stancamente, tirato per i capelli da una regia invadente, marcata, prolissa e decisamente ingiustificata. Le continue zoomate sulla folla o sui volti dei protagonisti, l’uso estensivo di grandangolari, gli incessanti andirivieni della macchina da presa – marche stilistiche ingombranti come poche – sembrano avere come unico scopo quello di supplire alle carenze di una sceneggiatura disadorna, di una recitazione contrita, di dialoghi rinsecchiti da fotoromanzo. Quello che rimane alla fine – cara fine, come direbbe il poeta Dylan Thomas – sono le cose più belle del film, ovvero: uno splendido morello, cavalcato non senza eleganza dal capitano Auteuil; il suo lungo cappotto scamosciato, portato con irriverenza giacobina, e l’espressione incolpevole di Kusturica che a ogni posa, senza posa sembra chiedersi: «Pensavo fosse un film… invece è un calesse».
(dario zonta)

Le farò da padre

Un uomo d’affari senza scrupoli si fa finanziare un progetto edilizio da una ricca vedova. La donna pretende, in garanzia, che l’uomo sposi la figlia ritardata mentale, cosa che lui accetta di buon grado… fino a trovarsi in balia di una passione travolgente per la giovane. Una pellicola azzardata sul valore del sesso e dell’amore, al di fuori delle convenzioni.