Leone africano, Il

Stupendo documentario, forse il migliore fra i tanti targati Disney. I naturalisti Alfred ed Elma Milotte seguono un intero anno della vita del leone africano, filmando gli esemplari all’interno del loro habitat naturale. Drammatica, comica, divertente e piena di tensione: si può proprio dire che questa pellicola abbia tutto. Una piccola gemma.

L’ombra del testimone

Che bello vedere un film in cui il tenero Bruce, eroe senza macchia e amico dei bambini, è un marito violento, zozzo e ubriacone. E dove Demi Moore, sciatta e ancora senza tette rifatte, lo ammazza. Ammesso che non sia stata la sua amica del cuore (Glenne Headly). Perché è uno di quei film dove passiamo un’ora e quaranta a chiederci chi ha fatto cosa. Il probo poliziotto (Harvey Keitel) interroga. I flashback si accavallano e si contraddicono. E alla fine la verità viene a galla, anche se chi ha visto
Paura in palcoscenico
di Hitchcock ha già sgamato tutto. La Moore co-produce e assolda un regista-autore, cresciuto alla scuola di Altman, che si limita a una corretta direzione d’attori. Ci si chiede perché l’America di provincia debba essere sempre così interessante e drammaturgica.
(alberto pezzotta)

La vita continua a Belgrado

C’è un modo profondamente sbagliato di guardare a questo drammatico ritratto di Goran Rebic su Belgrado e sulla Serbia, reduci dai bombardamenti «punitivi» della Nato. Infatti, se
The Punishment
(presentato nel 2000 a Berlino, a Pesaro e in numerosi altri festival) viene scambiato per un comune reportage giornalistico di controinformazione, incline a documentare la devastazione fisica e psicologica di un popolo, ecco che si perde il senso del progetto. L’idea dell’autore è invece quella di raccogliere – rossellinianamente, ci sia permesso di dire – i relitti, umani e materiali, e di farli esprimere davanti alla macchina da presa, cogliendo tutta l’assurdità di una guerra irresponsabile e contraddittoria, che non ha lasciato sul campo che vittime inconsapevoli e incolpevoli. L’aggressione contro la Serbia non è che l’ultimo capitolo in ordine di tempo del fallimento di ogni prospettiva moderna di geopolitica globale. Il film, attraverso le immagini della devastazione del territorio e le voci dei testimoni, si sofferma sulla permanenza del danno, sull’ipoteca che grava sul futuro di un Paese e di un popolo. Di cui, terminata la «punizione», ci si era già dimenticati.
(anton giulio mancino)

La statua

Un linguista di fama internazionale si accorge che una statua, in cui la moglie lo ha raffigurato completamente nudo, possiede degli attributi virili che non corrispondono ai suoi. Per l’uomo inizia una interminabile e affannosa ricerca nel tentativo di scoprire l’individuo che ha «ispirato» la consorte. Divertente lo spunto iniziale, un po’ meno lo svolgimento.
(andrea tagliacozzo)

L’importanza di chiamarsi di Ernest

Jack Worthing (Colin Firth) ha un segreto, una doppia vita. In campagna da uomo morigerato, tutore di una giovane donna molto ricca, in città libertino, frequentatore di locali e bische. Per scappare dalla campagna si è inventato un fratello scapestrato che vive a Londra, Ernest. In città ha un amico, Algy Moncrieff (Rupert Everett), sempre in bolletta e amante della bella vita. Algy chiede di incontrare la pupilla di Jack per sposarla, fingendosi poi il famoso fratello Ernest. Jack a sua volta vuole sposare la cugina di Algy. A creare problemi c’è la zia di Algy, Ogasta (Judi Dench), e il particolare che le due promesse spose desiderano esclusivamente uomini che si chiamano Ernest. Tra equivoci e humour inglese una piacevole commedia, brillante, dove la modernità di Oscar Wilde è ben evidente e dove gli attori, soprattutto i due protagonisti maschili, fanno il resto. La «delicata bolla di fantasia», come il grande autore dandy l’aveva definita, riesce, anche per la durata contenuta della pellicola, a mantenere l’attenzione dello spettatore tra una risata e l’altra. Una nota in più per le scene e la fotografia.
(andrea amato)