A 007, dalla Russia con amore

In Turchia, James Bond deve recuperare un prezioso decifratore universale caduto nelle mani dei servizi segreti sovietici. L’apparecchio interessa anche alla Spectre, una pericolosa organizzazione criminale. Secondo film della serie, uno dei più avvincenti nonostante il ritmo non sia poi così elevato. Terence Young aveva già diretto il precedente episodio, Licenza di uccidere . (andrea tagliacozzo)

A 30 milioni di km dalla Terra

La prima navicella spaziale per Venere naufraga a largo delle coste siciliane, con due sopravvissuti: il pilota (Hopper) e un mostro venusiano che cresce a vista d’occhio e vuole solo essere lasciato in pace (ma reagisce se spaventato). Gran finale al Colosseo. Sceneggiatura brillante, ritmo sostenuto, eccezionali effetti speciali di Ray Harryhausen ne fanno uno dei migliori film di “mostri in fuga” mai realizzati. Il mostro senza nome è noto ai fan come Ymir.

A Beautiful Mind

Verso la fine degli anni Quaranta, l’introverso John Forbes Nash frequenta la prestigiosa università di Princeton per conseguire la specializzazione post lauream in matematica. Considerato come un eccentrico dai suoi compagni di corso, John è alla ricerca di un’idea originale, una teoria innovativa che possa garantirgli un futuro luminoso nella professione. Dopo un lungo periodo di dubbi e angosce, elabora finalmente una nuova formula destinata a rivoluzionare il mondo dell’economia. Il risultato conseguito gli apre le porte del MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove trova posto come ricercatore e professore. Contemporaneamente, John viene avvicinato dal misterioso William Parcher, un agente del governo che gli propone di lavorare a una missione segreta in cui il talento del giovane matematico verrà impiegato per decifrare i codici segreti dei sovietici. L’unica a rompere l’isolamento di John è la bellissima studentessa Alicia Larde che riesce finalmente a farlo uscire dal suo guscio e a coinvolgerlo in una intensa storia d’amore. I due si sposano, ma dopo breve tempo la ragazza si accorge che il comportamento di John si fa sempre più strano. Sarà il Dr. Rosen a rivelarle che il marito soffre di una grave forma di schizofrenia paranoide.

A Beautiful Mind – biografia più o meno romanzata del vero John F. Nash, vincitore nel ’94 del Premio Nobel – dimostra ancora una volta quanto sia duttile e cristallino il talento di Ron Howard, un cineasta che film dopo film, passando attraverso vere e proprie gemme cinematografiche come Parenti, amici e tanti guai, Apollo 13, Ransom e il più recente The Grinch, continua a maturare, ad evolversi, fino a diventare l’ultimo alfiere del cinema classico hollywoodiano. Il suo stile, paradossalmente, consiste nell’assenza di stile, di un tocco immediatamente riconoscibile. Il suo modo di fare cinema è apparentemente semplice, ma in realtà vive di virtuosismi invisibili, preziosismi tecnici e soluzioni narrative che s’inseriscono nel racconto senza distrarre lo spettatore o stravolgere il testo di base. Lascia stupefatti la straordinaria semplicità di approccio con il quale Howard ha dato vita alla già ottima sceneggiatura di Akiva Goldsman (in parte ispirata alla biografia di Nash scritta da Sylvia Nasar), stravolgendo con un espediente allo stesso tempo ovvio e geniale la convenzione cinematografica che impone determinati codici visivi e narrativi alla descrizione della malattia mentale. L’effetto è stravolgente, spiazzante, per certi versi imprevedibile. Non solo. Il suo approccio non si limita a rimanere su un piano puramente tecnico o stilistico. Ron Howard riesce a raggiungere ben altre profondità e sfaccettature nella sua personale rilettura della vicenda di John Nash, fino a conferire alla malattia del protagonista un’inquietante dimensione politica: la schizofrenia di Nash diventa quindi la malattia di una intera nazione, alle prese con il morbo paranoico della Guerra Fredda che la sta divorando dall’interno, fino a far diventare se stessi (vale per Nash quanto per l’America) il proprio peggior nemico. A Beautiful Mind è una perla rara nel panorama cinematografico contemporaneo: un fulgido esempio di cinema per le masse realizzato con l’intelligenza e la passione di un artigiano umile, ma dotato di un talento infinito e geniale. (andrea tagliacozzo)

A Better Tomorrow

Il film che ha rilanciato la carriera di Woo, allora in crisi (tant’è che la vicenda dell’ex mafioso diventato storpio in cerca di vendetta – e forse di redenzione, visto che Woo non è estraneo a concetti occidentali – sarebbe da leggersi in senso autobiografico). Doveva rilanciare Ti Lung, star delle arti marziali, ma è servito soprattutto a lanciare Chow Yun-fat nella parte di Mark Gor, look alla Alain Delon, faccia da bambino e da malandrino. Woo, di suo, ha messo una regia dell’azione ispirata in parti uguali a Zhang Che (il suo diretto maestro) e a Sam Peckinpah, oltre al senso dell’onore e dell’amicizia e alla visione tragica della vita che viene dai wuxiapian. Tsui Hark, produttore associato insieme a Karl Maka, garantisce la confezione e il marketing: uno dei colpi di genio che farà la fortuna della Film Workshop. Anni fa si tendeva a ridimensionarlo, oggi convince proprio per il fatto di essere un film di genere, sincero, onesto, senza un ammiccamento. (alberto pezzotta)

A Better Tomorrow II

Dove sono iniziati i contrasti tra John Woo e Tsui Hark. Dove John Woo ha cominciato a porsi come Autore, e a sfoggiare consapevolmente il suo trade mark. Ralenti, montaggio caleidoscopico, accelerazioni improvvise. Il massacro finale di mezz’ora è un non plus ultra dell’action di tutti i tempi, superato solo da Hardboiled . Il sangue scorre e si ghigna. Ma ci sono anche inserti mélo strazianti, per fortuna, che in un film hollywoodiano non si troverebbero mai. Il cinema degli estremi emotivi al suo culmine, con l’ombra della meccanicità spettacolare in agguato. Chow, con ovvio escamotage, è il fratello gemello di Mark Gor, morto nel precedente. Ti Lung ha messo la testa a posto. Woo si pente già un po’ della epicizzazione della malavita. Leslie Cheung, il fratello poliziotto straight, ha molto più spazio che nel primo episodio. Dean Shek, comico allora in crisi, ha la parte della sua vita: impazzisce e poi si vendica. (alberto pezzotta)

A Beverly Hills Signori si diventa

Adattamento per il grande schermo di una serie televisiva degli anni Sessanta: i Clampett, famiglia di contadinotti di provincia, si trasferiscono a Beverly Hills dopo aver scoperto un giacimento di petrolio. Gli attori sono bravi, ma ben quattro (!) sceneggiatori non riescono a evitare che il film precipiti nell’idiozia più totale, con terribili battute a sfondo sessuale. Ma c’è di peggio: la regista non ha neppure la più pallida idea di come mettere in scena una gag.